Dialoghi di Casa Manilo

Peter

(mentre leggi, ascolta “Cirrus – Bonobo”)

Giugno 2019, giardino

Ho appena finito di cenare, quando uno dei miei tre ospiti mi chiama e, pregandomi di seguirlo, mi conduce nel giardino di sotto, davanti alla mia porzione di casa. Indossa una camicia bianca, pantaloni grigi a righe, da camera, e ciabatte invernali. Ha la mia età, ma sarebbe stato pressoché impossibile dirlo, se non avessi registrato il suo passaporto il giorno prima. Viaggia in compagnia di un altro uomo e di una donna, bellissima e sorridente. Mi hanno chiesto tre camere separate, suppongo si tratti di amici, ma non so altro, infatti, si son mostrati subito riservati al loro arrivo e, a parte l’entusiasmo per la casa, tale da portarli ad estendere la permanenza da una a quattro notti, non ho avuto modo di parlare con nessuno dei tre, fino a questo momento.

«Massi, mi puoi dire che alberi sono questi?» esordisce, indicandomi un olivo. Rispondo, spiegando di cosa si tratti, e prosegue «Le foglie si usano? Quando maturano le olive? Si possono mangiare dall’albero? E quello laggiù, che albero è?».

Mi fa molta tenerezza e rispondo con quanta più completezza possibile, provando un piacevole gusto nello spiegare qualcosa di così ovvio per me, e nello scoprire che per lui non lo è affatto. Il dialogo prosegue in modalità “nonno-nipote” per qualche minuto, con Peter che, puntando il dito verso il paesaggio che ci circonda, continua ad interrogarmi con i suoi occhialetti rotondi e dorati, e con la sua testa completamente rasata. Mi sembra quasi di stare parlando con  un bonzo. Improvvisamente ci interrompe Hela, la mia cagnolina, Peter si accuccia in quella postura fisicamente possibile solo agli asiatici, e, accarezzandola, interrompe la serie di domande per raccontare qualcosa di suo.

«Noi ti invidiamo molto Massi, sai? Questo posto è bellissimo, la campagna, il bosco. Da noi nessuno possiede del terreno e solo pochissimi possiedono un piccolo giardino. Gli altri due ragazzi sono scrittori, scrivono guide turistiche e saggi di viaggio. Nella sola ultima settimana hanno fatto Olanda, Belgio, Francia e Nord Italia. Noi orientali, come saprai, quando veniamo in Europa, cerchiamo di vedere quanti più luoghi possibile. Stanno scrivendo un libro sul rapporto degli europei con lo straniero, immigrato o turista, cercando di raccogliere del materiale in località il più possibile defilate, come questa». Si alza, lasciando Hela libera di allontanarsi, e prosegue. «Io li ho incontrati soltanto ieri, sul Lago di Como, ho fatto un giro completamente diverso dal loro, arrivo da Spagna e Provenza. Ci siamo conosciuti lo scorso anno, sempre in un viaggio ma in Corea, e avevamo previsto di trascorrere una notte qui, a Casa Manilo, per salutarci, passare una sera insieme, e proseguire poi per destinazioni diverse: loro diretti in Austria e Germania, io, invece, a sud». Ho quasi paura di interromperlo, perché ascoltarlo è affascinante, ho addirittura il timore che possa pensare di annoiarmi, quindi sorrido e faccio assensi col capo, mentre parla, per incitarlo a proseguire. «Io, sai, sono in Europa per ragioni completamente diverse dalle loro. Due ragioni, in realtà. La prima, è cercare di capire e scoprire cosa significhi spiritualità. Ho letto molto di religione e devozione, di passione per la fede e sacrificio, ma, non essendo religioso, non riesco a capire cosa possa significare, per qualcuno, dedicare la propria vita a qualcosa di non dimostrabile, di irreale, di astratto e misterioso. Non ho intenzione di abbracciare alcun credo, ma sto cercando di visitare alcuni luoghi della spiritualità per osservare, proprio da spettatore, questa realtà a me ignota. Così ho visto Santiago di Compostela, Avila, alcuni altri monasteri nel sud della Francia e infine avrei dovuto proseguire per Camaldoli, La Verna, Assisi ed infine Roma. Ieri sera però, siamo rimasti tutti e tre così colpiti dal tramonto e dalla bellezza del panorama, che abbiamo deciso di fermarci quattro notti anziché una soltanto: loro sistemeranno i loro appunti ed io… beh, più spirituale di questo luogo, non credo possa desiderare. Rinuncerò alle tappe intermedie ed andrò direttamente a Roma». Sono sempre più rapito da questo dialogo inatteso e particolare, cerco con lo sguardo Nicola nelle finestre di casa nostra ma senza individuarlo, mi piacerebbe venisse ad ascoltare questo ragazzo insieme a me. Peter sembra essersi accorto della mia momentanea distrazione, così, perché prosegua, chiedo quale sia la seconda ragione che lo ha portato in Europa. Mai avrei potuto immaginare la risposta che stavo per ricevere.

«Il secondo motivo del mio viaggio in Europa è vedere, a quarantasette anni e per la prima volta, il cielo e le stelle!». La mia espressione, sbalordita ed incredula, deve colpirlo, perché, da sorridente e leggero, il suo tono diventa appena più gravoso e serio. «A Seoul – che, scopro in quel momento, si pronuncia sòl [ndr], –  non si vedono le stelle la notte ed il cielo non è mai azzurro di giorno. Abbiamo tanto inquinamento, una cappa costante sulla città e, spesso, la sabbia del deserto mongolo rende il tutto giallastro e polveroso», si tocca quindi il colletto della camicia, per poi proseguire «Alla sera siamo sempre sporchi di smog e sabbia, la città è sovraffollata ed occupa un’area così vasta ed urbanizzata che non è semplice allontanarsi spesso». A quel punto incrocio le braccia, inclino la testa esprimendo stupore ed interesse, e chiedo se nelle campagne, o nelle zone agricole, la situazione sia diversa. Vedo che Peter, nonostante non mi stia facendo un quadro molto allettante del proprio Paese, ha piacere di proseguire il racconto. «In Corea del Sud quasi tutta la popolazione vive nei due principali centri urbani. Le campagne sono quasi totalmente spopolate e l’inquinamento dell’aria non risparmia ormai nemmeno quelle. Difficilmente, col tenore di vita che abbiamo, esiste il tempo di andare nelle campagne o altrove nel Paese, preferiamo risparmiare e fare un viaggio come questo. Pensa, durante la scuola primaria viene solitamente fatta una gita su una delle pochissime colline che abbiamo, per permettere ai bambini di intravedere qualche stella. Ieri sera, qui, nel tuo giardino, abbiamo spento le luci esterne e ci siamo stesi a guardare il cielo. Sono in Europa ormai da una settimana, ma sempre in città o cittadine. Vedere il cielo da qui è stato commovente, grazie».

Ho messo la casa in cui sono cresciuto su un famoso sito per affittare ai turisti. L’ho fatto così, quasi per gioco, sperando di avere ogni tanto qualcuno che la abiti, dopo che i miei sono entrambi recentemente scomparsi. Ebbene, il solo aver avuto Peter, anzi, questa sola conversazione con lui, mi fa pensare di aver già ottenuto il più grande compenso possibile: il confronto. Questa chiacchierata è stata un piccolo viaggio, emotivo e mentale. Certo, il mio cielo è questo da tutta la vita, e spero rimarrà tale, i miei alberi sono gli stessi, piccoli, ovvi, scontatissimi ed onnipresenti olivi da sempre. Eppure, dopo stasera, credo che tornerò spesso a pensare a come, incredibilmente, tutto questo possa essere così meraviglioso e stupefacente per qualcun altro, in qualche parte del mondo, e che costui, per puro caso, potrebbe trovarsi a passare da qui.

 

 

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Srī Lanka, Srī Lanka, Viaggi

Sri Lanka (Ceylon)

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Questa volta voglio annotare le impressioni di viaggio mentre ancora mi trovo qui, nell’isola di Ceylon, la lacrima dell’India, la terra del tè, lo Srī Lanka, che significa “isola risplendente”. A risplendere sono i bianchi sorrisi di questa gente dagli occhi gentili e i modi cordiali, persone per lo più molto povere e con scarsi mezzi ma generose ed accoglienti. Uomini dai variopinti sarong, donne dai lineamenti perfetti che sfoggiano lucidi sari e perfette acconciature, bambini che vanno e vengono da scuole in uniformi bianche e linde come nel miglior spot del detersivo e impiegati che si affollano pazienti su autobus lanciati a folle velocità nelle loro camicie incredibilmente linde e stirate anche a fine giornata, nonostante il caldo opprimente. È evidente come pulizia e cura dell’abbigliamento siano importanti mentre è davvero misterioso il metodo col quale si mantengano così perfetti e impeccabili in un clima così impietoso. Il sole regola le giornate. Alle sei, mentre albeggia, al suono delle centinaia di uccellini si unisce il fruscio delle scope di saggina: sono tutti già in piedi a spazzare davanti alle proprie abitazioni. Poco dopo, dalle foreste del triangolo d’oro alle cittadine balneari del sud, si sente la musica del camioncino del fornaio che consegna pane e dolci: tutti con lo stesso brano: Per Elisa di Chopin. I tuk tuk, onnipresenti, sono già in giro e gruppi di bambini in bianco ed azzurro si incamminano verso le scuole. Ebbene, lasciando alle foto il compito di mostrare i siti archeologici e le meraviglie naturali (foto che aggiungerò al mio ritorno) e prima di passare al diario, concludo dicendo che non fosse per l’orrenda abitudine di gettare i rifiuti dove capita, rendendo le strade un fastidioso corridoio fra le bottiglie e le buste di plastica, questa terra potrebbe essere davvero il paradiso.

DIARIO DI VIAGGIO

DAY 1: COLOMBO

Colombo di Domenica ci accoglie deserta. Lonely Planet segnala siti di interesse che si rivelano in realtà molto poco attraenti, tutti i negozi sono chiusi ed i guidatori di tuk tuk, come già sperimentato in Thailandia, provano ad obbligarci alla visita non richiesta di venditori di pietre preziose anziché trasportarci semplicemente alla destinazione richiesta. Calura e stanchezza accumulata in un volo insonne, a causa dei bambini urlanti, ci portano a preferire la stazione di Fort come luogo di attesa (interminabile) del treno per Anuradhapura. Arriviamo alle 1840, col desiderio di sbarazzarci del pesante zaino e fare una doccia. Il B&B Senowin è grazioso, la camera semplice ma carina, una rapida cena e poi, finalmente, a letto.

DAY2: ANURADHAPURA E MIHINTALE

Noleggiamo le bici e partiamo prestissimo per la vecchia Anuradhapura. Si pedala bene nonostante il caldo e seguiamo l’itinerario da sud a nord nell’immensa area delle rovine. Togliamo le scarpe come da costume locale per accedere ad ogni tempio: il pavimento è rovente e spesso ci ritroviamo a correre verso l’ombra. La vegetazione è stupenda e il sito meraviglioso, ma l’area è davvero immensa. Alle 14 siamo già nella zona nord, quella del Monastero di Abhayagiri, dove si concentrano i siti più famosi: le Twin Ponds, la Elephant Pond ed il Buddha seduto. Terminiamo la visita e rientriamo con l’intenzione di visitare già oggi anche Mihintale. Pranziamo in un ristorante a buffet di Riso & Curry locale: ci si lava le mani e, dopo aver posto una gande foglia di loto sul piatto, si sceglie la qualità di riso e la varietà di accompagnamenti da una fila di contenitori in terracotta: il cibo è ottimo e la spesa ridicola. Preso un autobus, raggiungiamo la ripida scalinata che ci porta sulla vetta di questa collina dove, si narra, l’antico Re di Anuradhapura si convertì al Buddhismo. La vista è splendida e fino al tramonto, in tutta calma, ci godiamo questo sito assieme a pochissime altre persone. Organiziamo con un guidatore di tuk-tuk il trasporto verso Sigiriya per l’indomani, comprensivo di soste al Buddha di Aukhana ed alle rovine di Ritigala: ci sembra il modo migliore per non saltare questi due siti come saremmo costretti a fare usando autobus o treno. Ceniamo in un “hotel”, nome che qui è sinonimo di trattoriai: mangiamo un Kottu Rotti, tagliolini saltati con verdure carne e formaggio mentre assistiamo, con gli altri commensali, alla partita di cricket SriLanka-Australia in tv.

DAY3: VERSO SIGIRIYA

L’autista col quale avevamo preso accordi, inspiegabilmente, non si presenta all’appuntamento e dobbiamo chiamarne uno tramite il B&B. Si tratta di un signore piuttosto anziano con un vecchio tuk tuk che per la stessa cifra ci porterà a destinazione eliminando però la sosta a Ritigala. Il viaggo è lento e piuttosto lungo e quando finalmente arriviamo al Buddha di Aukhana ci sembra di aver viaggiato per giorni mentre in realtà sono passate appena due ore. Questo Buddha è stato scolpito da un unico blocco di roccia, al quale rimane unito per la schiena. C’è anche una scolaresca in gita a visitarlo che aggiungendo quel tocco di magia in più all’intero sito. Ripartiamo, sembra che il nostro autista non sia molto pratico delle strade ma dopo un paio di direzioni sbagliate arriviamo comunque nel caos di Dambulla che però, cambiando programma, decidiamo di non visitare perché troppo stanchi e perché il grosso zaino è veramente insopportabile a queste temperature. Ci trasferiamo a Sigiriya. Inizialmente ci prende un po’ di sconforto: il Choona Lodge è sperduto nella jungla, non esiste un centro urbano (nuovo errore di Lonely Planet) e tutte le comodità sono irraggiungibili a piedi. Tentiamo infatti di seguire il sentiero di accesso al sito Unesco per poi aggirarlo a sud e trovare il paesino indicato dalla guida, ma le distanze sono veramente grandi e impieghiamo oltre due ore di cammino, sebbene in un paesaggio straordinario, per poi scoprire che non c’è alcun paese, ma una fila di casupole con un ortolano e un alimentari. Il caldo ha la meglio e decidiamo di rientrare. Prima però, su suggerimento del gestore, facciamo una passeggiata nei dintorni del nostro alloggio ed è qui che apprezziamo maggiormente la posizione in cui ci troviamo: oltre il nostro giardino, una grande roccia permette la vista su un lago molto selvaggio pieno di uccelli, bestiame e persone che fanno il bagno: il tramonto è superbo. La cena, cucinata dalla proprietaria, è nuovamente a base di riso e curry ma è deliziosa, la migliore finora. La serata la passiamo guardando una serie tv sull’iPad.

DAY4: LA SCALATA DI SIGIRIYA

Mancano pochi minuti all’apertura della biglietteria e noi siamo già davanti allo sportello. Ovunque abbiamo letto quanto sia indispensabile partire presto per evitare il caldo, ma quello che mi preme maggiormente è evitare la folla e infatti, accediamo ai meravigliosi resti dei giardini reali che circondano la formazione megalitica di Sigiriya per primi, nella fioca luce dell’alba. Ci dirigiamo dritti verso gli scalini che portano alla sommità, rimandando la visita dei giardini al ritorno. E’ una salita lunga e faticosa ma altrettanto straordinaria ed abbiamo la fortuna immensa di viverla tutta per noi, nel silenzio assoluto. Giunti sulla vetta, dove solo un solitario cane randagio aspetta la nostra compagnia, ci prendiamo tutto il tempo per il riposo, le fotografie e l’esplorazione. Ci sediamo su un muretto a strapiombo dal quale si ammira l’area circostante, fino alle montagne a sud verso Kandy. Quando ripartiamo, l’area brulica di turisti e nella discesa incrociamo un unica interminabile processione di persone che, mi spiace per loro, non sapranno mai cosa significa vivere questo posto in solitudine e pace. Visitiamo tutta la zona sottostante con calma e sempre da soli, mentre tutti stanno ancora arrampicandosi e nessuno è ancora ridisceso. Nella tarda mattina siamo già a Dambulla, il bus ci lascia abbastanza vicino all’ingresso delle famose grotte dai numerosi Buddha, ma decidiamo di pranzare prima di affrontare questa nuova salita. Il ristorante, dove ancora una volta ci viene servito riso e curry, è gestito da un signore che, appena scoperta la nostra provenienza, insiste perché Nicola parli al telefono col figlio che ha vissuto a Firenze e si è sposato con una italiana. La salita al tempio di Dambulla è ripida ed estenuante, siamo costretti a fermarci un paio di volte prima di arrivare a destinazione, ho la sensazione di respirare fuoco tanto è calda l’aria. Il tempio è particolare, opulento e colorato all’interno, tuttavia artisticamente parlando non contiene poi queste grandi opere d’arte se comparate alle nostre dello stesso periodo: vero è che ogni etnìa ha avuto ritmi e storia diverse, ma in assenza di ragioni religiose, onestamente, osservare decine e decine di statue in cemento identiche fra loro e realizzate con uno stampo, non riesce ad affascinarci granché. Ritorniamo al nostro alloggio ed il figlio quindicenne del nostro albergatore, che compie gli anni proprio oggi, è davanti casa ad attendermi perché, come invece avevo dimenticato, avevo promesso di fare una partita a Cricket con lui. Sono distrutto ma non so dire di no ed anche se la cosa è molto divertente conto i minuti che mancano al tramonto per potermi finalmente riposare. Lui e la sorellina sono molto bravi a battere ma quando la palla viene lanciata in giardino o nella boscaglia oltre la strada, correre fra sassi e sterpaglie è un vero dramma per i miei piedi occidentali così snaturati.

DAY5: POLONNARUWA

Nuovo tour, nuovo autista. Un tuk tuk ci preleva alle 7:30 alla volta di Polonnaruwa, 55km a est di Sigiriya. Questo autista, gentile ed umile come, ormai mi pare di capire, tutti i ceylonesi, ci fa visitare le rovine di questa antica capitale succeduta ad Anuradhapura, aspettandoci fuori da ogni tempio e palazzo. Preoccupato che ci si possa perdere, ha insistito per fornirci il suo numero di cellulare e ci guida da sud a nord selezionando per noi quali e quanti punti di interesse vale la pena visitare e quanto tempo dedicare ad ognuno. Attorno a mezzogiorno, decidiamo di invitarlo a pranzo lasciando scegliere a lui il ristorante anche perché tanto la pietanza, abbiamo ormai capito, è la stessa. Proviamo a consumare il riso con le mani come da costume locale, ma ci risulta impossibile nonostante l’impegno, e ci arrendiamo ad un comodo cucchiaio. Sulla via del ritorno il nostro autista rallenta davanti a quella che sembra una festa all’aperto, sbirciando dentro con tanto entusiasmo ed interesse che gli propongo di fermarci perché anche per noi è invitante. Siamo a Giritale ed è in corso una festa di fine scuola con vari giochi per bambini organizzati all’aperto: un balletto di piccole ed aggraziate bimbe in arancione, il tiro alla fune dei maschietti ed il gioco della seggiola (tale e quale al nostro), dove girando attorno ad un cerchio di sedie, allo smettere della musica bisogna sedersi eliminando chi resta in piedi. Rientrati, nel nostro piccolo angolo di paradiso ed io, non pago e sollevando Nicola dalla mia incapacità di stare fermo, noleggio una bici e mi dirigo nella vegetazione, seguendo le strade di terra battuta, verso Pidurangala, una roccia simile a Sigiriya: la mia idea è quella di individuare i resti della città esterna alle mura che, secondo una mappa vista al museo, si trova proprio alle spalle dei giardini reali. Insisto fino a spingermi nella vegetazione fitta, graffiandomi le braccia e riempiendo gli abiti di pillacchere appuntite, ma non appena decido di rientrare, con l’urgenza data dal tramonto imminente e dalla pericolosità del buio a causa degli elefanti vaganti, mi accorgo che la ruota posteriore è forata! Spingendo la bicicletta, affretto il passo verso la zona abitata ma la distanza è veramente troppa per anticipare il buio: naturalmente, non c’è segnale al cellulare. Improvvisamente, ecco il mio salvatore: un ragazzo in moto carica me e la bici (che da vero equilibrista tengo sospesa fra noi due) e mi riporta al Lodge.

DAY6: KANDY

Esiste un solo autobus che collega Sigiriya a Kandy e passa alle 6:20 ma siamo disposti a tutto pur di prenderlo ed evitare i due cambi altrimenti necessari. Oltretutto, come ci avevano detto, ci sono un sacco di posti a sedere a disposizione e potremo stare comodi da subito e per tutto il viaggio. Mi era però sfuggito che, oltre alla distanza, avremmo dovuto affrontare un lunghissimo tratto di tornanti a strapiombo, superata, la città di Matale. Arriviamo strapazzati a dovere e con un po’ di nausea attorno alle 11:30 e l’albergo, il Kanda Uda, non ha ancora la stanza pronta per noi. Visitiamo il centro di Kandy un po’ delusi da questa cittadina: ennesima bufala della Lonely Planet che descriveva questo centro, patrimonio Unesco, come un gioiellino coloniale tranquillo e “sonnacchioso” mentre in realtà è un inferno di traffico, clacson e gente pronta a pedinarci per proporci i più inutili affari. Pranziamo in una terrazza panoramica al ristorante History, che dichiara ufficialmente la fine della nostra fiducia in Lonely Planet, e rientriamo in hotel, fortunatamente scoprendo che effettivamente il lungolago a sud del Tempio del Dente di Buddha merita una passeggiata. Disgraziatamente, decido di provare a radermi i capelli con il rasoio che abbiamo portato, ma sia io prima che Nicola poi, facciamo un disastro di scalature e chiazze pelate ed il rasoio si scarica completamente prima che si possa rimediare allo scempio: usciamo di nuovo, stavolta alla ricerca di un barbiere. Veniamo accompagnati da un coiffeur del centro molto spartano ma molto pulito che, capita la situazione, si mette al lavoro regalandomi una perfetta sfumatura al prezzo di appena 250 rupie (nemmeno 2 euro). Nicola mi sembra un po’ provato perciò cedo alla sua richiesta e, a malincuore, accetto di andare da Pizza Hut per cena. La pizza non è male, ma ci costa come tutti i pasti fatti fin qui messi insieme.

DAY 7: IL TRENO PER ELLA

E’ arrivato il giorno del treno, quel treno famosissimo che si vede nei documentari e nelle riviste e che si arrampica fra le piantagioni di tè su per i monti della Hill Region. Prendiamo quello delle 8:30 e ci accomodiamo in seconda classe. Ci sono tanti altri turisti a bordo e le 7 ore di viaggio sembrano non spaventare nessuno. In effetti, il panorama muta così spesso che ha un effetto magnetico: scatto centinaia di foto di campi, laghi artificiali, corsi d’acqua, risaie e persino foreste di conifere che ignoravo potessero crescere quaggiù. Arriviamo ad Ella riposati e sereni e quando scopriamo la bellezza della camera che ci attende qui siamo ancora più felici. La cittadina è carina e raccolta, ad una altitudine di 1000 metri. Ci prendiamo un Lassi, bevanda a base di yogurt e frutta, e ci rifugiamo in camera con la cena da asporto sfuggendo ad un acquazzone tropicale che in pochi minuti allaga il paesaggio: fra tutti, questo è decisamente il momento migliore per vivere una vera pioggia tropicale e ci sembra quasi un dono, una cosa estremamente positiva.

DAY8: VERSO SUD

La mattina seguente una sorpresa: ho la dissenteria: il Lassi ha fatto proprio ciò che il nome suggeriva. Me la cavo dedicandomi al bagno dalle 4:30 alle 9:00 circa, poi sto abbastanza bene da fare un piccolo trekking verso il Little Adam’s Peak, ad un’ora di cammino. Si tratta di una vetta molto facile ma molto panoramica che si vede dalla nostra camera. Ci accompagna una cagnolina che Nicola battezza Moira (chissà perché?) e non ci lascia fino a buona parte del ritorno quando, rassegnata alla nostra mancanza di viveri, si aggrega ad una coppia nella direzione opposta. Fatti i bagagli, prendiamo l’autobus verso sud e durante il tragitto ecco la seconda sorpresa: anche Nicola ha la dissenteria, con la differenza che mancano quasi due ore all’arrivo e non c’è modo di andare in bagno. Ha la faccia grigia sfumata di verde e giallo ed un’espressione da cadavere, ma nonostante la mia insistenza decide di non scendere alle fermate intermedie. Quando finalmente arriviamo al nuovo alloggio, lo vedo sparire per quasi mezz’ora. Ci troviamo a Debarawera, piccolo centro in posizione strategica per il safari che ci aspetta domani. Il nostro ospite è un buffo ragazzotto dai modi pittoreschi che enfatizza con espressioni facciali degne di Paolo Poli ogni frase, a stento rimango serio. E’ gentilissimo e la struttura nuova e pulita. Per cena, appreso il nostro stato, ci prepara un riso bianco con verdure bollite, sale olio e pepe: quello che ci vuole per sistemare l’organismo. Prima di cena, però, ci facciamo una passeggiata al mercato dove trascorriamo un’oretta incantati dalla meraviglia dei prodotti locali.

DAY9: SAFARI

Il nostro ospite si rivela ancor più eccezionale stamattina: abbiamo l’appuntamento con la jeep per il safari nel Parco Nazionale di Yala alle 5:00, e lui per quell’ora ci ha già servito la colazione e preparato il pranzo al sacco sia per noi che per guida ed autista. Partiamo che è ancora buio e quando raggiungiamo l’ingresso del parco un bel gruppo di altre jeep è in attesa dell’apertura: scendiamo tutti per osservare il primo coccodrillo ed il primo elefante dopodiché entriamo nell’area protetta in una lunga fila di mezzi. Inizialmente avanziamo a singhiozzo, perché gli animali da vedere e fotografare sono innumerevoli, soprattutto gli uccelli. Avvistiamo subito anche manguste, bufali d’acqua, gruccioni, varani e cerbiatti, una quantità impressionante di pavoni. Di elefanti però, non v’è traccia, tantomeno di leopardi. Per tutta la mattina proseguiamo seguendo piste di terra battuta in una emozionante ricerca visiva fra la vegetazione. Ci impantaniamo nel fango un paio di volte e poi la nostra guida ci accompagna in un lodge nel parco dove ci viene offerto un tè. Per il pranzo invece ci sistemiamo lungo un corso d’acqua meraviglioso: nel cestino troviamo tagliolini saltati con verdure, banane, cocomero ed ananas. Il pomeriggio scorre velocissimo e solo verso la fine riusciamo ad incontrare due elefanti. Ci facciamo accompagnare direttamente alla fermata del bus per Matara. L’autobus è piuttosto scomodo ed è impossibile sedersi vicini per noi occidentali: i sedili sono quelli che noi usiamo per i bambini. Arriviamo a Matara in circa due ore e mezza e cambiamo bus. L’autista sembra conoscere il nostro albergo a Mirissa e promette di fermarsi davanti all’ingresso. Quando scendiamo dal bus inizia lo sgomento: non solo siamo fuori dal paese, ma il Sun Ray Resort non è altro che l’abitazione di una famiglia che affitta due camere in casa propria e nulla corrisponde a quanto descritto alla prenotazione. Ci prende lo sconforto ma, pensando una cosa alla volta, ci facciamo accompagnare in paese, a piedi e con la torcia su una strada buia e pericolosa, dal figlio della proprietaria. Torniamo in camera e scopriamo che i letti sono di gomma, vi si affonda dentro senza possibilità di muoversi ed il caldo è opprimente, quasi da non respirare. Fuori non c’è la spiaggia privata ed il giardino descritti sul sito ma il retro di altre case che, una volta attraversati, conducono ad un mare privo di spiaggia che si infrange contro la vegetazione. E’ deciso, domattina si cambia.

DAY10: MIRISSA

Ci svegliamo appiccicosi e ancora più stanchi, facciamo una colazione veloce, neppure troppo buona, ed in pochissimo tempo individuiamo un albergo favoloso in paese, ad un prezzo quasi ridicolo con aria condizionata e camera enorme con balcone, proprio davanti alla spiaggia e con lettini propri per i clienti. Prepariamo un discorso di commiato per il Sun Ray, costretti a fingere un’improvvisa partenza causa mancanza di treni per Colombo, e accantoniamo definitivamente la brutta esperienza in quella struttura. Da oggi, il relax sarà protagonista ma prima, resta un’ultima grande avventura: l’avvistamento balene. Prenotiamo per l’indomani e torniamo a goderci il mare dove posso finalmente utilizzare il guscio subacqueo per il mio smartphone e sbizzarrirmi con foto e riprese di pesci straordinari.

DAY11: WHALE WATCHING

Siamo stati davvero previdenti in questo viaggio: abbiamo anche l’occorrente per il mal di mare e prima di imbarcare ci ripassiamo tutti i consigli per evitare di star male. Mi salvo soltanto io, però. Occorrono due ore per raggiungere la zona di avvistamento cetacei, e le passo osservando due pesci volanti e diverse persone che vomitano dai due lati della piccola imbarcazione, incluso Nicola. Non una volta, ma quattro volte, ricominciando dalla nausea al vomito ogni volta come fosse la prima. Ammetto di aver fatto uno sforzo immane per non stare male a mia volta, obbligandomi a fissare l’orizzonte senza mai guardare dentro al balcone, ma ci sono riuscito. Quando finalmente abbiamo avvistato una Balenottera Azzurra e due Balene Grigie, l’emozione è stata purtroppo rovinata per quasi tutti dalle condizioni fisiche. Questa escursione è un’esperienza un po’ controversa: certo è l’unico modo per vedere queste creature e senza dubbio un bellissimo metodo per divulgare ed insegnare il rispetto e l’amore per certi animali, tuttavia si tratta di una pratica piuttosto invasiva. Le imbarcazioni in mare, di vari operatori, erano almeno una ventina. Ogni volta che una di queste barche sembrava in vista di qualcosa, tutte le altre si stringevano a ridosso della povera bestia che, disorientata, pareva voler solo individuare una via di fuga. Sono combattuto tra la meravigliosa emozione di osservare senza toccare e la sensazione di disturbo.

DAY12: OCEANO INDIANO

Oggi, ho vissuto il mare. Il mare che ogni volta mi rimette al mondo, cura ogni cicatrice fisica e mentale, calma la mia agitazione e la mia ansia e mi rinnova completamente dal profondo. Sono un amante della montagna, del trekking, dell’archeologia e della vegetazione, ma non posso non ammettere il beneficio assoluto che il mare ha su di me. Questo primo assaggio dell’anno mi fa pensare che nella prossima estate dovrei forse dedicare un po’ più tempo alle immersioni ed al nuoto. Non penso proprio a niente, oggi, se non a godere di questa spiaggia bellissima, del cibo straordinario, della musica dei piccoli chioschi e di una rapida visita all’ospedale delle tartarughe.

DAY 13: GALLE

Lasciata Mirissa e sulla via di Colombo, dove il volo ci attende in piena notte, programmiamo la visita di Galle, un forte Olandese circondato dal mare, altro sito Unesco. Lasciati gli zaini al deposito della stazione, attraversiamo la porta delle mura di fortificazione ed improvvisamente ci troviamo… in olanda! Non fosse per le piante tropicali e per il caldo sembrerebbe veramente un borgo olandese: tutto è maniacalmente lindo e curato, i fiori la fanno da padroni. I negozi sono fantastici e non si vendono le solite chincaglierie da turista ma tantissimi oggetti originali ed artigianali creati da stilisti ed artisti del luogo. Galle balza direttamente fra le città più belle che io abbia mai visitato. La giornata è stupenda, siamo appagati da tutto quanto vissuto fin qui, siamo riposati e rigenerati e torniamo pieni di soddisfazione per questo viaggio che è stato più bello di quanto si potesse riuscire ad immaginare.

Mondo, Srī Lanka, Viaggi

Anurādhapura in bici

SONY DSCLe rovine di questa antica capitale singalese si estendono su un’area enorme, visitare tutto a piedi richiederebbe più di un giorno, perciò, nonostante il caldo opprimente, abbiamo scelto la bici. Dalla Main Road della città nuova ci siamo diretti a sud fino all’enorme rotatoria, per poi dirigerci ad ovest verso il lago, cominciando così la visita dal tempio più a sud, per poi attraversare verso nord i meravigliosi giardini reali pieni di uccelli e piante mai viste prima. Le strade sono ampie e semideserte, le scimmie dominano questi luoghi insieme a tantissimi cani randagi. I cani sembrano tutti della stessa razza, medio-piccoli e color nocciola, anche loro provati dal caldo. Ci dirigiamo all’enorme albero della Bodhi (Jaya Srī Maha Bodhi) l’albero più antico del mondo, o meglio quel di cui si abbia prova certa dell’età: oltre duemila anni! Poco a nord, la guida segnala una cittadella fortificata, il disegno sulla mappa è molto ben definito ma nella realtà non rimane quasi niente, a parte due o tre rovine di poco interesse al centro. Ancora più a nord si trova un’area di elevatissimo interesse il monastero Abhayagiri che occupa un’area molto grande ricoperta da fitta vegetazione. In quest’area ci sono: un meraviglioso Buddha seduto, due vasche gemelle per le abduzioni, l’immenso dagoba in rovina e la gigantesca Elephants Tank. Tutto il giro ha richiesto circa cinque ore, al termine delle varie visite il Gps indicava 15km di pedalata.

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Nepal, Viaggi

In partenza

“Prima di partire per un lungo viaggio, porta con te la voglia di adattarti”. Sebbene la canzone di Irene Grandi sembra rivolgersi ad un viaggio interiore, questa frase racchiude la prima regola, mai come stavolta ne avrò bisogno! Capiterò in Nepal proprio durante il Dashain, la festa nazionale che dura due settimane. Vivrò nell’orfanotrofio con ventisette dei trentadue bambini ospiti e cercherò di fare del mio meglio essere loro d’aiuto. Mi aspettano undici ore e mezza di volo, otto ore di bus e due settimane full immersion nel volontariato. Sono sicuro che questa esperienza mi darà tanto, l’ho fortemente voluta ma allo stesso tempo, a soli due giorni dalla partenza, sono molto agitato! Ecco il sito dell’orfanotrofio a Pokhara dove sto andando: www.orphancarenepal.com. A presto!

Viaggi

Thailandia

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La Thailandia mi ha immediatamente travolto col suo fascino, un luogo con un anima propria e forte, un paesaggio straordinario di una ricchezza indescrivibile. La gente è meravigliosa, davvero il popolo del sorriso. Persone fantastiche, molte delle quali in grado di dimostrare dignità anche immerse nella miseria. “Mai Pen Rai” significa “non importa, lascia stare, non ha importanza”, perché tutto si supera, col sorriso. BANGKOK: Appena arrivato lo shock è violento, il primo sentimento è il disgusto per lo smog soffocante, il rumore assordante, il caos, la sporcizia ed i contrasti violenti… …improvvisamente tutto il brutto scompare e diventa irrilevante, affascinante. Le persone sono affaccendate nei propri lavori, ognuno ha un proprio posto ed un proprio spazio, anche solo il metro quadro di una bancarella apparentemente misera, ma la miseria, in fondo, cos’è quando si riesce a mangiare, vivere sorridendo e rispettarsi? Non si avverte pericolo, minaccia, ostilità. Le imponenti strutture architettoniche, il sapore del cibo, il profumo nei templi, la tradizione. Si è sopraffatti da una città enorme e piccola, nuova e vecchia, straordinaria in ogni suo aspetto. DAMNOEN SADUAK: E’ qui che si trova il miglior esempio di mercato galleggiante rimasto in Thailandia, anche se è ormai una ricostruzione per turisti e gli oggetti in vendita sono  souvenirs reperibili ovunque. Interessanti sono le barche-bancarella con frutta o cucine funzionanti che servono pasti completi in mezzo all’acqua. La Provincia di KRABI è lussureggiante: affacciata sul Mar delle Andamane comprende una serie infinita di isole e isolotti ed una costa fantastica. Purtroppo, la crescente affluenza di visitatori ha portato gli abitanti a rincorrere il modello occidentale e così gran parte del fascino del luogo si è pian piano trasformato in un parco giochi per Europei ed Australiani che soffocano, sporcano e appestano questi luoghi fantastici. La gente del posto sembra convinta che sia un bene disseminare ristoranti Italiani a scapito di quelli thailandesi. Non ho certo volato dodici ore per mangiare una pizza! In ogni caso, i luoghi da vedere e le cose da fare sono innumerevoli, anche l’entroterra merita una visita e girare in scooter o in bici rende il tutto più affascinante, con i mille suoni che provengono dalla jungla, le scimmie che si affacciano curiose, gli elefanti, i fiori di ogni genere. AYUTTHAYA è l’antica capitale del Siam, distrutta nel diciottesimo secolo dai Khmer e in parte saccheggiata da Rama V che trasferì la capitale prima a Thon Buri e poi a Bangkok. Si narra che al massimo del suo splendore Ayutthaya avesse un milione di abitanti, una quantità enorme per l’epoca. Decine e decine di templi spiccavano nell’isola fluviale sulla quale la città è situata e ancora oggi è possibile visitare le moltissime rovine, alcune ancora molto ben conservate, strappate alla vegetazione. Si raggiunge in un’ora di treno da Bangkok e l’ideale è visitarla in bicicletta. Questa è stata una delle più belle giornate del mio primo viaggio. La seconda volta sono tornato in Thailandia dal nord, arrivando da Vientiane mi sono fermato a Nong Khai e poi sono sceso giù fin sul Golfo di Thailandia nella cittadina di Hua Hin. E’ e rimane un luogo magico con gente straordinaria, ma purtroppo queste persone stanno svendendo anno dopo anno la loro personalità e cultura all’occidente, annullando tutto quello che hanno di misterioso, affascinante, storico e culturale per un hamburger o una pizza. Peccato! Durante il mio secondo viaggio ho tenuto un diario di viaggio, che potete leggere cliccando nel menu Thailandia in alto.

Laos, scrittura, Viaggi

Laos, diario di viaggio

15 Giugno Volare continua a non piacermi e per tutto il volo da Roma a Bangkok non chiudo occhio. Dopo cinque ore di attesa in aeroporto, il volo per Luang Prabang è invece calmo e perfetto. All’arrivo mi viene rilasciato un visto di un mese, esco all’aperto e trentanove gradi mi arrivano di colpo, l’umidità segnalata da un piccolo barometro a lancetta è al novanta per cento. Una chiacchierata con un tizio in coda alla dogana mi fa guadagnare un passaggio in pick-up fino in centro , lui è australiano ed il suo inglese mi risulta più difficile del lao. Indosso ancora i jeans e vorrei poterli sfilare e gettare in un cassonetto. Ho sonno, bisogno del bagno e sono fradicio di sudore. Cambio cento euro per un rotolo gigante da oltre un milione di kip dopodichè raggiungo la Vanvisa Guesthouse, che ho scelto da tempo grazie alla guida. Tolte le scarpe, seguo una ragazzina fra tappeti e bambini urlanti, mi mostra la loro camera migliore e pago per tre notti. Il pavimento della stanza è in legno, c’è un lettone matrimoniale, un bagno spartano ma pulito e ben tre finestre con zanzariere; invece del comodino una scultura antropomorfa di legno alta quasi quanto me mi fissa ovunque mi sposti. Fatta la doccia mi butto sul letto ma guardando le finestre mi accorgo che qualcosa non torna, mi alzo per toccarle e solo allora capisco che non ci sono i vetri, ma solo le zanzariere. Fuori vedo un barbecue enorme e l’odore che mi entra in camera non mi dispiace, decido comunque di rimettere tutto in valigia prima di trasformarmi in un pasto per tigri ambulante. Provo a dormire ma non riesco. Esco. Dalla collinetta adiacente un suono di tamburo e sonagli attira la mia attenzione, salgo la scalinata e mi siedo a guardare un gruppo di monaci bambini che si affaccendano attorno al tempio, alcuni di loro percuotono un tamburo appeso orizzontalmente dentro un tabernacolo. Sorridono e salutano provando il loro inglese. Poco il suono del gong viene rimpiazzato da quello dei tuoni. Nel giro di dieci minuti il cielo si fa nero e sembra notte, saluto a mani giunte ‘sabaidee’ e mi incammino giù per la scalinata. Salvezza: un internet point in cui rifugiarmi mentre il monsone scarica un fiume d’acqua in questo posto incantevole. Trascorsa mezz’ora mi faccio coraggio ed esco che ancora diluvia e quando arrivo alla guesthouse mi toglo le scarpe ed entro gocciolante. I bambini ridono. Cerco la signora e chiedo se posso cenare con loro. La signora mi propone il laap, il piatto tipico laotiano. Adesso ho la certezza di essere il solo cliente. Mi porta in cucina e mi fa scegliere fra carne e pesce ma le rispondo che mangerò quello che avrebbe cucinato comunque e che non ho problemi. Mi sembra soddisfatta e mi dice che sarà pronti per le otto. Mancano ancora tre ore, sono rilassato come mai e questa casa ha un fascino esagerato: davanti alla mia stanza c’è un lungo tavolo da quattordici coperti dove mi siedo a scrivere il mio diario. Poco dopo la signora compare con un tè da lei stessa coltivato e preparato che trovo ottimo. Stavolta vado a letto davvero e crollo all’istante, mi sveglia la figlia della signora per la cena e mi siedo al tavolo con i due uomini di casa. Il laap è una sorta di misto di verdure con brodo, piuttosto amaro a dire il vero, che però mangio con entusiasmo anche se ogni tanto mi trovo a sputare delicatamente qualche ossa di animale non identificato. A centro tavolo c’è invece una frittura di pesciolini del Mekong pescate da uno dei due commensali che ho di fronte. A fine cena ci viene servito un ananas dal sapore mille volte più intenso di quelli che giungono da noi. Dopo cena vado al mercato notturno, ritrovo di tutti i turisti. Fra le bancarelle di prodotti artigianali incontro qualche altro falang (straniero) ma non molti a dire il vero. Ci sono stoffe di ogni genere, borse, maglie e oggetti in legno e vimini, carta di riso e seta. Mi tenta un copriletto fantastico ma mi frena il pensiero del poco spazio nello zaino e resisto all’acquisto. Il cielo è di nuovo stellato, faccio una passeggiata per alcune vie deserte ma alle dieci sono già a letto.

16 Giugno Mi sveglio alle otto e decido di seguire l’itinerario suggerito dalla guida Lonely Planet. Per prima cosa mi reco da Big Brother Mouse, un’associazione dove compro alcuni libri di scuola che verranno donati alle scuole dei villaggi del nord che non possono comprarne. Poi procedo fra case bianche e templi, le strade sono perfettamente pavimentate ed i marciapiedi in mattoni rossi. Il cielo e’ velato ma fa molto caldo. Mi ritrovo così al mercato dei generi alimentari, un mondo a parte davvero. Nessun turista oltre me che indosso una maglia senza scritte e pantaloni lunghi di lino, forse grazie ai capelli rasati e l’abbronzatura qualcuno neppure si accorge di me. Mi tradisco quando sgrano gli occhi davanti ad una bancarella nella zona carni che vende decine di grassi rospi in una ciotola e alcuni varani, un paio sopra il metro di lunghezza, con mani e piedi legati e che si guardano attorno in attesa di venir acquistati e cucinati. Una signora mi chiede se va bene il varano che sto accarezzando ma la figlia la rimbrotta subito dicendole che sono un falang. Mi riguardo dal fare foto e mi limito a rubare un paio di scatti da alcuni punti coperti o quando nessuno mi osserva. Sul lungofiume compro il biglietto dell’autobus per Sainyabouli, la mia prossima meta, verso cui partirò dopodomani. Raggiungo il tempio principale della città: il Wat Xieng Thong. Tolgo i sandali all’ingresso del giardino e le lascio lì, mi pare inutile fare un continuo leva e metti ad ogni edificio e quindi rimango scalzo per tutta la visita. La fortuna mi assiste e nel Sim principale è in corso una cerimonia: i monaci, che al mattino raccolgono le offerte in cibo, si apprestano a consumare il loro unico pasto della giornata davanti ad alcuni fedeli. Capisco subito che alcuni dei fedeli sono i genitori dei monaci bambini. Farsi monaci infatti e’ una tappa obbligata che aggiunge prestigio alla vita di ogni buddhista ed ognuno per un minimo di tre mesi si fa monaco nella propria vita. Finita la preghiera collettiva, comincia la sfilata dei vassoi di riso, verdure e involtini di foglie di banano mentre alcune signore lanciano petali di fiori tutto intorno. Fare foto è quasi un delitto ma quando la signora che ho di fianco mi incita mi faccio coraggio e immortalo qualche scena. Sempre scalzo mi aggiro fra i vari edifici attorno al giardino dove è custodito un carro funebre regale ornato da sette teste di serpente ed una piccola cappella all’interno della quale c’è un Buddha di ferro pesantissimo che si deve provare a sollevare per tre volte dopo aver espresso un desiderio: ci riuscirà soltanto chi merita che il desiderio venga esaudito. La visita al tempio mi occupa un paio d’ore ma avendo deciso che in questa vacanza non sarò mai schiavo del tempo, non ho l’orologio e quindi non so bene che ora possa essere. Dopo la visita al tempio la Lonely Planet mi porta verso un ristorante di nome Tamarind. Sembra un bel posto e ci sono diversi clienti ma proprio a fianco c’è un ristorante gemello e deserto con una bambina dentro che mi guarda come dire scegli me. Entro ed ordino un Riso saltato con Verdure e la famosissima Beerlao, la birra nazionale. Forse il miglior pasto fatto finora, davvero. Dopo pranzo taglio la penisola che il centro storico forma fra i due fiumi e dal Mekong mi affaccio sul Nam Khan. Sono sul lato opposto della collina che sorge in mezzo del centro e scopro un gran numero di locali semideserti, la sera qui deve essere davvero pieno di gente. Il sole mi riporta in camera, mi sto ustionando la cute del capo, faccio una doccia ma quando chiamo la signora per capire come funziona il ventilatore si scopre che è rotto e vengo spostato nella camera adiacente, che mi sembra persino migliore. Sono appena le tre e mezza ed ho visto già così tante cose oggi! Dormo un ora e alle diciassette esco per salire la collina di Phou Si per osservare il tramonto. I trecento gradini sono praticamente al buio, talmente è fitta la vegetazione. Giunto sulla sommità scopro un tempio piccolo e cadente dal quale la vista toglie il fiato. Il colle è la sola altura della città e si vede tutta la valle, persino la pista di atterraggio dalla quale sono arrivato. Verso ovest, oltre il Mekong dal colore fangoso, il sole comincia a scendere, verso est invece dei nuvoloni neri fanno capolino dai monti Annamiti e si sentono i primi tuoni. Diverse persone sono in attesa del tramonto. Passo gli ultimi momenti di luce a fare foto e riprese ma mentre il cielo si tinge di rosso da un lato, dall’altro un sipario d’acqua scavalca i monti e si avvicina lentamente, come una tenda a perfetta chiusura di una giornata scenica. Fa buio velocemente e alle sette comincia il diluvio. Indosso il mio k-way dal quale ho imparato a non separarmi mai. C’è un’altra scala che scende la collina ma appena la imbocco un gruppo di cani sbuca da un cespuglio e mi ringhia contro per rimandarmi indietro. Quattro monaci bambini dietro di loro li richiamano e ridono indicandomi di scendere da dove sono venuto. E’ così buio che non si vede niente, sento un forte vento sopra di me e il rumore dell’acqua ma su di me cadono solo i fiori bianchi e gialli dei frangipani, mentre né la pioggia né il vento riescono a passare al di sotto.

17 Giugno Sveglia alle cinque e mezza per assistere alla processione dei monaci, la città è già in piena attività e i negozi già aperti, ma i monaci sono già passati ed ho fatto tardi. Domani avrò l’ultima possibilità. Faccio colazione e noleggio una bicicletta per dirigermi Ban Xang Khong, villaggio noto per la produzione di tessuti e carta. Lascio il centro dal ponte ciclopedonale e chiedo più volte informazioni finché vengo indirizzato in una stradina tutta terra, fango e pozzanghere che si addentra nella foresta. Pedalo per una ventina di minuti poi una bambina con la sua bicicletta rosa mi viene incontro. ‘Hello we’iugo’?’ mi chiede. Rispondo, e mi indica di seguirla. Pedaliamo fianco a fianco per altri dieci minuti finché mi annuncia che sono arrivato, saluta e se ne và. Arrivato? Sono in un piccolo spiazzo con dieci capanne, alcune con un telaio a mano ed un negozio annesso. Compro alcune sciarpe ed assisto alla tessitura, poi entro in un negozio di carta e compro un grande foglio bianco e grezzo ed un diario su cui trasferire il mio racconto di viaggio. Mi viene spiegato che per ricavare questa carta si usano escrementi di elefante, strano perché in realtà profuma. Torno in camera a posare gli acquisti, troppo delicati per un eventuale acquazzone, e riparto con meta le cascate Tat Kuang Si. Sono trenta chilometri verso sud, di cui molto in salita, forse pretendo troppo dalla mia bicicletta senza marce. Infatti, quando mancano ancora venti chilometri il tamburo del freno posteriore esce di sede e la ruota si blocca. Scendo per dare un’occhiata ma immediatamente si ferma un ragazzo in scooter che col suo “no problem” si mette al lavoro. Purtroppo l’unica soluzione è togliere il freno perciò decido di tornare indietro e non salire oltre, avendo un solo freno rimasto. La sorte mi assiste e incappo in un cartello che indica ‘Cascate a 1 km’. Saranno meno famose ma almeno vedrò delle cascate! Svolto e sempre sullo sterrato le raggiungo. Un piccolo paradiso, una laguna favolosa e soprattutto delle farfalle grandi come la mia mano tutt’intorno. Entro in acqua facendomi largo fra grosse amebe argentee che sgambettano dappertutto. Che bellezza, ho il mio massaggio laotiano naturale e gratuito: entro sotto la cascata e il getto quasi mi sbuccia le spalle tanto è forte. Poi mi spingo più indietro con la schiena, entro in una nicchia dentro la cascata e scompaio alla vista, davanti a me solo l’acqua. Che felicità! Resto così per diverso tempo, poi provo a correre avanti e indietro dalla riva come un matto per riuscire a farmi un autoscatto sotto la cascata ma dopo vari tentativi rinuncio e mi rimetto sotto il getto. Mentre mi rivesto ecco sei o sette bambini in fila che mi salutano sabaidee ed entrano in acqua. Quando uno di loro adocchia la mia videocamera è una festa: cominciano a tuffarsi uno dopo l’altro e quando riemergono aspettano un mio cenno di conferma che ho ripreso il tuffo. Non mi manderebbero più via ma comincia a piovere e devo andare. Saluto e ringrazio, rimango in costume a torso nudo, tutti i miei averi nella sacca di nylon sono protetti e allora mi godo la pedalata fino in città sotto la pioggia. Dai campi spuntano diversi cappelli di paglia a semicono delle raccoglitrici di riso e naturalmente, dovunque, bambini. Arrivo in camera grondante, mi asciugo fuori casa e poi attraverso la sala, la cucina e la veranda cercando di non gocciolare. Le ragazze stanno pranzando davanti alla mia camera e ridono. ‘You wet’. Per la prima volta oggi controllo l’orario. Incredibile! Soltanto l’una! Faccio un po’ di bucato, la doccia, ed esco per riconsegnare la bicicletta. Magia: sole e tutto asciutto, come non fosse mai piovuto. Scelgo un ristorante centrale ed ordino un Curry Rosso con l’immancabile Beerlao che costa meno dell’acqua. Che giornata bellissima anche oggi e tutto questo in una mattina. Nel pomeriggio dolce far niente davvero! Mi siedo al Cafè des Arts e vengo avvicinato da bambini che vendono braccialetti. Rifiuto i primi tre come ne ho rifiutati due a pranzo ma al quarto cedo e mi provo qualche braccialetto. Niente, nessuno mi entra, sono tutti piccolini! La bambina fa il broncio ed io le offro 1000 Kip. Li prende, mi guarda trafiggendomi con lo sguardo e me li lancia sul tavolo no charity!!! Arrossisco, e lei se ne và con la testa alzata sprezzante tipo sorellastra di cenerentola. Comincio a sentire gli effetti dell’insolazione, testa e collo non li posso manco sfiorare con le mani ma fortunatamente neppure una puntura di insetto. Vado a letto dalle cinque alle sette e poi esco per l’ultima cena in città, che passo in un locale dove faccio conoscenza con un ragazzo del posto, guardo un film sul maxischermo e poi di nuovo a letto.

18 Giugno Stavolta mi alzo davvero e per le cinque sono già in posizione per veder sfilare i monaci. Una signora mi fornisce un tappetino su cui inginocchiarmi e mi vende del riso bollito, involtini di pollo e frutta disidratata da offrire loro. E’ ancora molto buio ma dopo venti minuti un gong annuncia l’arrivo e poco dopo ecco i monaci con le loro tuniche zafferano in fila dal più vecchio al più giovane. Dopo i primi venti le vivande di cui dispongo sono già finite e i monaci sono tantissimi, arrivano da ogni direzione scalzi, in silenzio e aprono le loro ciotole soltanto davanti a chi si sporge con qualcosa in mano. E’ un esperienza molto emozionante e solenne che dura quasi mezz’ora. Facccio un ultimo giro al mercato e poi alle otto un tuk-tuk viene a prelevarmi per portarmi alla stazione degli autobus. Saluto la signora che mi ha ospitato e parto. L’autobus è una reliquia vecchia di almeno trent’anni o forse più, all’interno ci sono i sedili tutti rotti e sul soffitto ventilatori da casa roteanti. Siamo circa venticinque passeggeri fra cui un monaco di circa quindici anni. Per la prima mezz’ora il bus si inerpica sulla strada che porta a sud verso la capitale, poi un cartello indica ‘Sainyabouli 63km’, svoltiamo a destra e… addio asfalto! Quel che segue ha dell’incredibile. Cinque ore di strada sterrata, con sobbalzi da rompere le ossa e un continuo saliscendi, spesso il bus si ferma per ingranare le marce ridotte. Ho portato soltanto dell’acqua ma non ho fame, il paesaggio mi rapisce e nonostante la scomodità vorrei che la tratta non finisse mai. Attraversiamo decine di villaggi piccolissimi e tutti pieni di bambini scalzi che corrono dietro all’autobus. Qualche volta ci fermiamo perché si possa comprare dal finestrino quello che le donne vengono a venderci. Poi, dopo ore di fitta vegetazione e saliscendi la strada finisce dentro al Mekong, direttamente in acqua. Scendiamo dal bus per riposare le gambe e la schiena e alcune bancarelle improvvisate dai contadini vendono qualsiasi cosa, ma niente che io desideri o che mi svegli l’appetito. Di fianco a me c’è qualcosa che si muove… credevo fosse un sacco di riso scaricato dal cassone ma in realtà e’ una bella grassa scrofa spalmata nel terreno distrutta dal calore. Poco dopo ecco il traghetto, praticamente un pezzo di strada semovente grande come il bus. La traversata dura dieci minuti e dopo altri quaranta minuti di strada siamo a Sainyabouli, oppure Xaignaburi come talvolta si trova scritto. Anche qui il cuore del paese è il mercato alimentare pieno di donne in costume tradizionale. Fra le altre cose bizzarre mi colpiscono i pipistrelli alla griglia, ma preferisco puntare degli invitanti bocconcini di pollo e degli spaghetti di riso con verdure che mi vengono serviti in una busta di plastica e vanno mangiati con le mani. Non c’è molto in questo posto, è la provincia piuù sperduta del Laos, non geograficamente ma fisicamente perchè esistono solo duestrade per raggiungerla e tutto il resto è foresta primaria e villaggi abitati da oltre trenta diverse etnie. C’è un immenso viale che attraversa il paese, è impressionantemente largo, come se qualcuno stesse per costruire una città in questo luogo: da un lato il viale finisce contro una scalinata con un bianco stupa sulla sommità, dall’altra si stringe in uno strettissimo ponte sul fiume. La mancanza di attrattive turistiche rende il tutto molto affascinante, la gente mi guarda con stupore. Passo il pomeriggio a cercare in ogni bancarella e in ogni pensione qualcuno che parli inglese o francese ma niente da fare. Neppure il guidatore di tuk-tuk davanti alla mia cartina, ai miei gesti, alle parole scritte su un foglio, riesce a capire che l’indomani vorrei andare alla stazione degli autobus per prendere il bus per Pak-Lai. Decido di rinunciare, mi alzerò presto e andrò alla stazione a piedi. La sera il cielo è così gonfio di stelle che non riesco ad individuare neppure una costellazione, c’è un silenzio totale e si sente soltanto il rumore dei grilli. Vado a letto presto ma non riesco a dormire: lo scarico del WC non si ferma completamente e il rumore dell’acqua è incessante e fastidioso. Mi alzo e cerco di ripararlo, apro il cassonetto e… tragedia! Il Galleggiante mi rimane in mano e il getto parte incessante alla massima potenza, facendo un fracasso esagerato! Disperato provo a ripararlo, canticchiandomi mentalmente la canzoncina di Mac Gyver, ma niente da fare, provo a coprire la scatola del water con l’asciugamano per attenuare il rumore ma non cambia niente. Sudo per il nervoso: cosa dirò alla padrona e soprattutto come visto che non parla nient’altro che Lao? E se da fuori si sente magari mi vengono a bussare? Che figura! Dopo il panico iniziale, un pensiero diabolico: dormirò fino alle quattro e me ne andrò in silenzio, come un criminale… La camera è già pagata perciò forse, per una volta… Non so come, riesco a prendere sonno intorno a mezzanotte.

19 Giugno Alle 4,30 sono già fuori, col mio zaino gigante e un sacco di strada da fare a piedi. Che avventura e che adrenalina! Davanti ad ogni casetta si accendono già i primi fuochi per bollire l’acqua e al mercato le prime contadine arrivano coi loro carretti a spinta. L’alba è appena iniziata e si vedono ancora diverse stelle e la luna. Mi dirigo a sud, in cerca della stazione degli autobus. In Laos, camion ed autobus non possono entrare nei centri abitati, i terminal sono di solito due o tre chilometri fuori dall’abitato. Io, in questo caso, devo attraversare il paese e poi fare circa tre chilometri verso sud, ma vado a caso sull’unica strada perché i cartelli sono tutti in caratteri lao. Mentre cammino si fa giorno e per le cinque e mezzo costeggio l’aeroporto: una striscia di asfalto in un campo nella quale atterra un solo volo alla settimana da Vientiane, ma per soli sei mesi all’anno. Alle sei sono al terminal. Rimango prima immobile dallo stupore ma poi quel che vedo mi emoziona ancora più. La guida non specifica che per terminal si intende una baracca di legno in un campo, ma soprattutto non specifica che non esistono i bus, ma solo i Sawngathew, l’equivalente della nostra Ape Poker sul cui cassone sono montate due file di panche ai lati e un tettuccio. Faccio il biglietto e attendo circa un’ora e mezza, fino a che non si raggiunge un numero minimo di passeggeri: siamo in diciotto a bordo, compresi i bagagli, sacchi di riso, verdure e un neonato. La strada è poco più di un sentiero sassoso fatto di buche, fosse, pozzanghere e lunghissimi tratti di solo fango, il tutto per un viaggio di centottanta chilometri in 6 ore. Finora, la cosa più bella che mi sia capitata è questo viaggio. Durante il tragitto carichiamo e lasciamo passeggeri ed io vengo spinto sempre più in coda. Prima mi ritrovo con un piede fuori, poi tutti e due, e infine, per un tratto, sono rimasto appeso all’esterno del cassone, in piedi sul predellino tenendomi alle barre laterali come una scimmia. Siamo arrivati anche a ventitrè persone a bordo. Nelle varie fermate ho potuto sedermi di nuovo ma subito dopo una ragazzina con in mano un mazzo di 4 polli legati per le gambe entra posandomeli sul piede, l’unico spazio possibile, dove i poveri animali non esitano a lasciare la loro firma… Viaggiamo attraverso paesaggi incontaminati, foreste, montagne, salite ripide e fangose, pianure, risaie sconfinate. Rimango impressionato dalla varietà di villaggi e di popoli che incontriamo. I Lao delle pianure vivono in abitazioni di pietra o di cemento, hanno qualche comodità e si parla ancora di paese. I Lao delle risaie vivono su palafitte, sotto le quali si vedono bufali, mucche, maiali e polli. I Lao delle Colline vivono invece in capanne di legno o bambù, alcune piccole comunità hanno invece solo un semplice tetto di paglia senza pareti. Ma tutti lavorano, tutti coltivano, allevano e lungo la strada espongono le loro merci correndo dietro a quell’unico mezzo della giornata che passa e che è il solo segnale che qualcosa al di là delle montagne esiste. Una sola cosa accomuna tutti i villaggi: un numero impressionante di bambini. Bambini che ridono Salutare è una parola che in italiano ha due significati, ma io penso che in fondo siano legati. Salutare qualcuno è qualcosa di fisicamente salutare, fa proprio bene allo spirito e in questo assurdo rocambolesco tragitto centinaia di bambini nudi o vestiti, sporchi o puliti, vedendo me, straniero, sventolano le loro manine e mi urlano dietro il loro saluto. E’ una cosa che strappa via il cuore. Vorrei che questo viaggio pieno di sobbalzi, scossoni, dolore, sole a picco e un paio di acquazzoni non finisse mai. Le ore volano in un soffio. Facciamo un paio di soste per espletare i nostri bisogni ed una in un villaggio in cui una serie di donne lungo la strada vende esclusivamente ananas e cetrioli, i soli prodotti di questo periodo. A Pak Lai arrivo tutto colorato di rosso: la polvere sollevata è entrata ovunque nello zaino, nella borsa chiusa, nella fotocamera. Dappertutto. Il cellulare non si apre neppure più. Ho la bocca impastata, le orecchie tappate, gli occhi appiccicati e prurito dovunque. E allora? Non mi importa proprio un bel niente. Prima di dormire faccio il bucato e poi cerco un posto dove mangiare. Conosco un signore australiano e gli offro una birra, chiacchieriamo un po’ e ci diamo appuntamento a domattina per imbarcarci verso Vientiane. Prima di dormire ripercorro la giornata appena trascorsa e cerco di fissare ogni dettaglio nella memoria, sono entusiasta di questi luoghi.

20 Giugno Prima dell’alba sono già sveglio e decido di uscire sul balcone della mia camera a guardare l’alba. Il bucato è già asciutto. Mi siedo a guardare nel vuoto, si vede solo una striscia dorata che contorna i monti oltre il fiume. Lentamente la luce aumenta, finchè comincio a distinguere anche l’altra sponda del fiume. Si sentono soltanto i grilli e i geki che, non lo sapevo, emettono un suono stridulo simile ad un asino. Sulla riva opposta scorgo due sagome grandi e scure che entrano in acqua. Sento lo splash e poco dopo vedo dei grandi sbuffi d’acqua. Sono certo che si tratti di elefanti ma la distanza è troppa. Alle sei vado al mercato locale, ormai sto diventando un esperto. Mangio una cosa di una bontà inaspettata: pollo fritto ripieno di banana, non vedo l’ora di provare a rifarlo. La barca che mi porterà a Vientiane è già pronta. Compro alcune pannocchie bollite, una specie di salsiccia, l’acqua e per tutto il tragitto mi godo il panorama prendendo ancora altro sole. La barca è lunghissima, ha trenta file di sedili, ma è molto stretta, quanto un furgoncino, e scivola sul fiume con una discreta velocità. Il Mekong però è molto particolare: pur essendo larghissimo (nasce in Tibet e dopo Laos e Thailandia raggiunge Cambogia e Vietnam) non in tutti i tratti è navigabile perchè ha diverse rapide e migliaia di isolotti e scogli affioranti. La navigazione difficilmente è lineare, si procede zigzagando da una riva all’altra fra grosse pietre che quasi sfiorano la delicata imbarcazione. Dopo due ore di tragitto, il fiume diventa il confine naturale fra Laos e Thailandia e lo rimarrà fino in Cambogia. La differenza fra i due paesi si vede perfino dal qui: a destra, villaggi con case relativamente lussuose, strade e colline con colossali buddha dorati sulle sommità. A sinistra il paesaggio laotiano è pura natura e qualche capanna sparsa alla rinfusa. Otto ore trascorrono piacevolmente, chiacchierando con Steve, l’australiano. A Vientiane si sbarca fuori città, come sembra essere la norma e in tuk-tuk raggiungo il centro. Prendo una camera a caso in una Guest House lungo fiume e passeggio un po’per il centro. A Vientiane l’eredità lasciata dal colonialismo francese è molto evidente, tutti i cartelli sono bilingue ma ormai soltanto qualche anziano parla francese, i ragazzi sono tutti impegnati a mettere in pratica il loro inglese, qui visto come un passaporto per il mondo, ed è molto facile riuscire finalmente ad avere una conversazione più lunga di due frasi. Il centro è molto calmo, il traffico praticamente inesistente, purtroppo però la città è piena di americani stabilitisi qui o in vacanza che si accompagnano a bambine locali forse neppure maggiorenni, alcune con la faccia davvero triste, tutte truccate e perfettamente vestite di fianco a grassi sessantenni con la camicia a fiori: l’immagine della tristezza. L’acquazzone che mi travolge è il più violento visto finora, neppure il k-way basta a fermarlo e mi rifugio in un bar con musica dal vivo dove, manco a farlo apposta, ritrovo Steve. La sua vacanza dura da cinque settimane ed è piacevole trovare qualcuno che, superati i cinquanta e rimasto solo, affronta un tipo di vacanza incentrato sulla cultura e non sul divertimento come lo intendono molti dei suoi coetanei anglofoni. Mi offre un Lao Lao, il liquore locale per ringraziarmi della birra che gli ho offerto a Pak Lai e la chiacchierata prosegue per oltre un’ora. Vado a letto combattuto sul da farsi. Lascio il Laos oppure no? Mi trovo in un punto dal quale spostarsi in altre località laotiane richiede almeno un giorno di viaggio per poi ritornare comunque qui, e se qualcosa va storto potrei rischiare di perdere il volo da Bangkok. Mi addormento senza aver deciso con la luce accesa e il ventilatore al massimo.

21 Giugno Mi alzo e sotto la doccia prendo la mia decisione: visiterò in mattinata i due monumenti principali di Vientiane e dopo pranzo prenderò il bus per Nong Khai, in Thailandia. Il mio cellulare è semidistrutto: non posso spengerlo nè riagganciare perchè il tasto con la cornetta rossa è disattivo, inoltre è pieno di sabbia in ogni fessura. Al mercato trovo una serie di bancarelle fra le quali una che vende e ripara cellulari. Per un solo euro un anziano signore spende un intera ora ad aprirlo in mille pezzi, soffiarlo, pulirlo, sostituire il tasto rotto e mi riconsegna un cellulare che stento a riconoscere, praticamente nuovo. Noleggio un tuk-tuk tutto per me che mi porta ai due monumenti principali, mi aspetta e mi riporta alla stazione degli autobus. Il sole è molto più intenso che nel nord del paese e trasportare il pesante zaino mi fa bruciare le spalle così tanto che spesso devo fermarmi e toglierlo. L’autobus per la Thailandia è moderno e comodo, a bordo siamo solo in dodici fra cui 4 Giapponesi simpaticissimi. In meno di mezz’ora siamo al Ponte dell’Amicizia, uno dei due soli ponti che attraversano gli oltre quattromila chilometri del Mekong. Questo ponte è stato costruito e donato dall’Australia. Sbrigate le formalità doganali le due corsie di marcia si invertono con uno strano rendez-vous di curve: in Laos si guida infatti alla nostra maniera mentre in Thailandia alla maniera degli inglesi. Oltre il fiume, a pochissimi chilometri, scendo nella cittadina di Nong Khai, sulla riva sud.

(Il viaggio prosegue fra i viaggi della Thailandia)

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Laos

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Da dove cominciare? Questo viaggio è nato come una fuga in un momento non troppo felice, ho cercato un luogo che immaginavo calmo, intatto, sicuro e piacevole. La scelta si è rivelata perfetta. In questo paese è ancora possibile toccare, annusare ed assaggiare le tradizioni, l’anima di un popolo composto da decine di etnie diverse che è riuscito con fatica a far sopravvivere la propria identità fino ad oggi. Purtroppo, questo non durerà ancora per molto. Il Laos è un paese attorniato da tre giganti del progresso accelerato come Cina, Thailandia e Vietnam e presto ne subirà le influenze. Fortunatamente sono stati istituiti un sacco di parchi nazionali, la natura sembra essere ancora salva e le persone sono così belle, genuine e sorridenti che è impossibile non amarle. Ho tenuto un diario di viaggio quotidiano per la prima volta in un viaggio, ed è una cosa utilissima per sè stessi e per conservare nel tempo ogni piccolo dettaglio e sensazione provati. Nel prossimo articolo, il diario di viaggio completo

Viaggi

Sarong

Finalmente stringo fra le mani il biglietto aereo! Tutto pronto, fra un mese esatto prenderò il volo China Airlines Roma-Bangkok e poi Bangkok-Luang Prabang e sarò in Laos, il cui nome significa “Terra da un milione di Elefanti”. Oggi ne sono rimasti circa duemila ma la natura rimane incontaminata e l’intero paese una perla di (quasi) intatta tradizione e bellezza. In questa vacanza, in cui sarò solo con i miei pensieri e la mia curiosità, non avrò alcun bagaglio: porterò uno zainetto con fotocamera, spazzolino, due mutande e due T-shirt. Nessuna valigia. Nessuna prenotazione. Nessun itinerario. Una volta arrivato, mi procurerò un Sarong come quello in foto e, infilati i sandali, sarò quanto di meno assomiglia ad un turista.