Cronaca, Mondo, Varie, Web

Unioni Civili, due parole

IMG-PROFILO-200x200In questi giorni il web è sfiancante, l’argomento infiamma social network di ogni tipo e a me sembra che le persone amino molto sfogare le proprie frustrazioni commentando a caso. Persone che magari dal vivo sembravano avere un pensiero, al riparo di una tastiera acquisiscono il magico potere della polemica scatenando condanne e sentenze sotto l’ombrello (bucherellato) della morale e dello schermo. Amici e parenti che se interrogati esprimono un parere vicino al mio, appaiono poi senza troppa furbizia fra i commenti più velenosi e rancorosi, in pieno contrasto con quanto detto di persona. Ho un blog, non potevo non spendere due parole per esprimere la mia opinione al riguardo. Ma andiamo con ordine.

  • Unioni Civili: L’Unione Civile è, a parer mio, la strada migliore per tutelare il Matrimonio, e non il contrario. Infatti, proprio a tutela del Matrimonio, si vuole istituire questa nuova figura giuridica specifica per tutti quei casi che non rientrano nella definizione di Matrimonio, e mi riferisco a quello religioso ovviamente. Secondo me infatti, il Matrimonio per definizione è solo e soltanto il Matrimonio religioso, ha un’origine ben specifica e, a parte l’ovvietà del nome stesso, è e deve essere fra un uomo e una donna. Quello che invece abbiamo erroneamente chiamato fino ad oggi Matrimonio civile, altri non è che una Unione Civile e così dovrebbe chiamarsi in futuro. La parola civile lo separa e distingue da quello religioso e lo svincola da tutto ciò che riguarda la religione e le sue regole, regole alle quali chi è credente ed osservante vuole e deve riferirsi, perché non si può fare discriminazione al contrario ed imporre ai cattolici di modificare il loro pensiero, qualcosa in cui credono e che intendono difendere. Sono convinto che il Matrimonio religioso sia e debba rimanere quello che è, con la sua specifica parola, rito, figura e cerimonia. Chi sceglie di sposarsi al di fuori della religione, potrà così sottoscrivere una Unione Civile, laica appunto, e che farà riferimento alle sole regole della giurisdizione, in particolare all’Art.3 dell Costituzione, che già da solo racchiude tutto e basterebbe a risolvere ogni questione:”Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. E’ un articolo di estrema chiarezza, attualità, modernità ed efficacia, che non lascia fuori nessuno. L’Unione Civile quindi, per come la vedo io, dovrebbe essere un sottoinsieme del Matrimonio Religioso: li accomunano tutti gli aspetti legali, sociali e civili, mentre restano fuori tutte le componenti religiose, quali eterosessualità, devozione, sacramenti e così via. Quindi, l’Unione Civile non fa altro che andare a ripristinare un’evidente e grave lacuna sociale che ha impedito ad una parte dei cittadini di vedersi riconosciuti diritti che erano stati loro garantiti da sempre ma che sono stati negati dalla mancata laicità dello Stato (assistenza al coniuge, assegni familiari, reversibilità della pensione, eredità del coniuge, comunione dei beni, ecc ecc…). Distinguendo in questo modo, infatti, il Matrimonio sarebbe salvo, con buona pace di tutti coloro che si sentono minacciati, ed allo stesso modo, i soggetti che non si riconoscono nei principi religiosi, potrebbero avere la loro sociale e legale figura giuridica senza ledere la sensibilità di alcuno.
  • Adozioni Tout Court e Stepchild Adoption: in Italia non si riesce mai a fare un passo alla volta. A costo di smontare tutto, si butta sempre nel calderone più del necessario per far leva sull’opinione pubblica ed arraffare il supporto dei più pigri, quelli che piuttosto che informarsi prendono qua e là frasi a caso e si bevono qualsiasi novella. Potevamo occuparci delle Unioni Civili, per le ragioni di cui sopra, e in un secondo momento passare al resto, invece stiamo mettendo a rischio il riconoscimento di una istituzione sociale necessaria ed urgente argomentando con assurdità e volgarità completamente inutili. Ho un parere molto fermo e chiaro in proposito, probabilmente in contrasto con quello di molti, ma sono qui a condividere appunto la mia opinione e non voglio omettere nulla. Sono fermamente convinto che chiunque dovrebbe poter adottare un bambino: chiunque abbia la stabilità economica, psicologica ed emotiva, che sia single o accompagnato, che sia uomo, donna, famiglia con figli, coppia di cugini scapoli o di amiche zitelle, di gay o lesbiche: tutti. Chiunque abbia amore da dare, cure, dedizione, sentimento e desiderio, dovrebbe poter accogliere un bambino che qualcun altro ha respinto, rifiutato, abbandonato o privato dei genitori. Se tutti potessero, accertata l’idoneità, adottare un bambino che esiste e che è al mondo da solo, in un istituto o per strada, tutti potrebbero avere la possibilità di dare il loro amore, il loro affetto, il loro impegno alla vita, alla società, al mondo intero. Un bambino deve crescere nell’amore, avere un luogo da chiamare casa e qualcuno che lo guidi e lo sostenga nella crescita. E’ tutto quello di cui ha bisogno. Se questo fosse possibile, forse, non ci sarebbe la necessità di ricorrere ad uteri in affitto o fecondazioni in vitro, perché tutti potrebbero soddisfare il proprio bisogno di essere genitore. Io sono per l’adozione tout court, questa appunto, quella universale, e sono anche favorevole alla stepchild adoption (adottabilità del figliastro, ndr), certo, per chi ha già un figlio e forma un nuovo nucleo familiare, etero o omogenitoriale, a tutela di quei figli che esistono ed hanno un genitore non legalmente riconosciuto e dal quale potrebbero essere strappati improvvisamente. Non sono invece favorevole alle pratiche che consentono di diventare genitori a coloro che, per loro stessa natura, non possono esserlo. Comprendo benissimo e condivido il desiderio di maternità e paternità, ma è un desiderio che potrebbe e dovrebbe essere soddisfatto appunto con l’adozione di quei bambini in attesa di una famiglia, non generando vite tramite pratiche mediche che vanno a compensare quello che non si può essere. A mio parere, è una forma di egoismo, nel vero senso del termine.

Il mio parere non conta molto, è solo il mio, ma spero presto di poter vivere in un Paese dove veramente tutti, ma proprio tutti, abbiano gli stessi identici diritti e doveri, tuttavia, sono molto pessimista al riguardo e non molto fiducioso sull’evoluzione della nostra società odierna. Spero vivamente di venir presto smentito.

 

 

Toscana, Trekking

La Via Vandelli, Alpi Apuane

 
Qualche settimana fa, grazie ad un servizio in TV, ho scoperto l’esistenza di questo affascinante percorso escursionistico dalla storia bizzarra e folle. Una strada in pietra a secco costruita nel XVIII secolo dall’Abate Vandelli su commissione del Duca di Parma per collegare la città ducale con Massa, ambito sbocco al mare appena ottenuto dal Granducato. Non potendo attraversare gli Stati confinanti ed avendo come unica opzione un territorio estremamente limitato ed impervio, l’Abate Ingegnere fu costretto ad inventare un sistema di costruzione e misurazione inedito, arrivando a realizzare un’opera imponente e robusta che fu in grado di consentire il transito di carrozze, carri e persino convogli estremamente pesanti trasportanti marmo di cava. 

Raggiunto il piccolo abitato di Resceto, in provincia di Massa ed a soli dieci minuti dal capoluogo, la strada termina in un piccolo parcheggio dove arriviamo intorno alle 9:30. Notiamo subito il cartello del CAI e ci incamminiamo sull’unica strada che lascia il parcheggio, asfaltata ancora per pochi metri prima di diventare bianca.  Solo cinque minuti di cammino, e la stretta valle solcata da un profondo canalone si apre mostrando tutta l’imponenza dei monti che la abbracciano. Davanti a noi  serpeggia bianchissima la Via Vandelli, come una candida Muraglia Cinese, aggrappata a sbalzo su pendici quasi verticali. Gran parte del percorso è su fondo sassoso-ghiaioso rendendo piuttosto faticosa l’ascesa, noi non abbiamo portato i bastoni da trekking ma mi sento di consigliarli, soprattutto per la discesa e la presa instabile degli scarponi sulla ghiaia  e le pietre bianche sconnesse. Superiamo un ponticello in ferro ed attacchiamo i primi dei numerosi tornanti che ci attendono, ritrovandoci presto dentro una fitta nebbia, forse nuvole basse, poi, immediatamente prima di raggiungere il primo traguardo della giornata, fuoriusciamo dal bianchissimo vapore e scopriamo un cielo azzurro e sereno al di sopra di un mare di nebbia e nubi dal quale spuntano solo le cime dei monti circostanti. In poco meno di sei km di cammino abbiamo coperto mille metri di dislivello e raggiunto la Terrazza Vandelli, uno spiazzo verde mozzafiato a cavallo dei due versanti delle Apuane e dal quale si riesce a vedere sia in direzione del mare che in direzione dell’entroterra toscano.  

La Terrazza Vandelli

Si ha quasi la sensazione di fluttuare su di un tappeto volante sopra ad un mare lattiginoso, ma mi dicono che in giornate terse si riesce a vedere dalla Corsica alle Alpi Marittime, dagli Appennini oltre Firenze alle Colline Metallifere.  Proseguiamo alcuni metri nel versante opposto oltre la terrazza e raggiungiamo il Rifugio Nello Conti, 1442 metri di altitudine, purtroppo chiuso. Usufruiamo ugualmente dei tavolini e dell’acqua potabile a disposizione per il pranzo, affacciati a strapiombo sulla bassa Garfagnana. Il rifugio è aperto nei weekend dal 15 Giugno al 15 Settembre. Dopo pranzo, superata ancora una volta la Terrazza, raggiungiamo in 45′ il Passo Tambura, a 1620 metri s.l.m: è qui che la Via Vandelli raggiunge il suo punto di massima elevazione e si dirige a Nord Est in direzione dell’Appennino Parmense. Da qui è inoltre possibile proseguire in direzione della vetta del Tambura per poi discendere dal versante settentrionale e, in un circuito ad anello che richiede in tutto 8/9 ore, ritornare a Resceto, ma la brevità delle giornate di Novembre non ci permette di proseguire oltre e così torniamo sui nostri passi, percorrendo un totale di 15km in circa 4h 30′ al netto delle soste. 

La Via Vandelli
 

E’ un percorso indicativamente adatto a tutti, un po’ di fiato ed una buona resistenza alla salita costante premiano l’escursionista con paesaggi e panorami di struggente bellezza e rara genuinità in un silenzio assoluto e avvolgente. Alcuni punti nel tratto compreso fra la terrazza ed il Passo Tambura richiedono maggiore attenzione a causa del suolo franoso e del selciato spesso molto spesso, a parte questo non ho notato pericolosità particolari. 

Il video della giornata

Alcuni link utili

La Via Vandelli

Cai Massa

 

Rifugio Nello Conti
 

Funny Life

Goodbye to the Y (che sì, fa rima)

Quanti hanno ricevuto soprannomi? Quanti si sono visti affibbiare titoli e appellativi assurdi, soprattutto durante l’adolescenza, da amici e conoscenti in cerca di approvazione ed autorità all’interno di una compagnia di ragazzini dalla mentalità collettiva e priva di individualismi? Ci hanno provato, con me, svariate volte, ma sono tutti caduti nel vuoto, nell’indifferenza, nell’insuccesso. E meno male! Alla soglia dei quaranta, ci sono alcuni poveretti che, non essendosi mai allontanati dalla realtà di paese, ancora portano il peso di epiteti atroci e affatto felici come “Trauma”, “Mafia”, “Rotolino”, o peggio. Io me lo sono messo da solo, quando ancora ero l’unico a possedere una connessione internet ed affacciandomi al mondo delle chat, Mirc per la precisione, decisi di combinare nome e cognome per ottenere una parola che mi ricordassi facilmente. E quella “Y” sembrava così internazionale, così figa, che non poteva mancare nello scrivere il mio nome tronco, che tutto intero nessuno, o quasi nessuno, ha mai voluto usare. Ultimamente ho provato un po’ di fastidio, quella “Y” mi stava sempre più antipatica, era diventata infantile, becera, buffa, inutile. E così, ho deciso di salutarla, per sempre. Oltre vent’anni di navigazione web, di tracce lasciate su social network, forum, siti ed iscrizioni, non sono stati facili da tracciare, ripercorrere e ripulire. Ma forse ci sono riuscito, anche se con molta fatica. Perciò addio, cara “Y”. Non mi servi più. E sarò masmassi, proprio così come si dice e si addice.

Fotografia, Toscana, Web

Prato in Uno Scatto

Il gruppo Instagramers Prato premia settimanalmente gli scatti più belli dalla nostra città. Incuriosito, ho subito postato una foto che avevo fatto durante le feste di Natale dal Cavalciotto di Santa Lucia, ed ho vinto. Ecco l’articolo pubblicato da Pratosfera con tanto di intervista: Prato in Uno Scatto

igersprato

scrittura, Viaggi

Thailandia, diario di viaggio

(Segue dal diario di viaggio in Laos pubblicato due giorni fa)

21 Giugno
Sono arrivato a Nong Khai da Vientiane in Laos, con l’autobus. Non ho portato la guida della Thailandia poiché pesa oltre un chilo ma a memoria raggiungo il centro e con immensa sorpresa trovo un albergo tutto in legno con le camere affacciate su un giardino meraviglioso, letti immensi e sia le pareti che i pavimenti sono in teak. Sembra un luogo bellissimo. Acquisto una notte per soli quattro euro, incredibile. La mia stanza è pulita in modo maniacale ed ho la mia veranda con sdraio, tavolino e fiori dappertutto. La Thailandia non si smentisce mai, il proprietario e’ estremamente servizievole, sul letto ci sono asciugamani disposti perfettamente, ho accesso libero al frigorifero con bibite ed acqua. Il lungofiume è nuovissimo, una passeggiata carica di aiuole curatissime, pavimenti in pietra bianchissima e una fila di locali e ristoranti tutti in legno con terrazze immense piene di gente e golosità locali. Non immaginavo un posto così piacevole. Per cena ordino un Tom Yam che a ragione ricordavo ottimo e piccantissimo. La serata in veranda sullasdraio mi fa sentire così bene che pur non facendo niente rimango seduto due ore a godere dell’atmosfera incantata.
22 Giugno
Finalmente una notte senza incubi. Finora ho sognato sempre di venir sbranato dai lupi o scene in cui mi ritrovavo nudo in pubblico. Nei miei sogni però sono sempre a scuola, alle superiori, notte dopo notte continuo a sognare scene di allora, compagni di allora, chissà che macchinoso meccanismo attiva la memoria di quel periodo in luoghi così remoti. Appena sveglio non ho dubbi: vado dal proprietario ed acquisto un’altra notte. Si sta così bene che è un peccato fuggire subito. Cerco una lavanderia e lascio una busta di vestiti che saranno pronti nel pomeriggio. Il caldo è a livelli africani ma fortunatamente c’è un bel venticello e lo sopporto bene. Vado alla stazione del treno per informarmi sul treno verso Bangkok ed ho un’amara sorpresa: c’è sciopero e tutte le corse sono soppresse. Che sia bloccato quassù? Il gentilissimo capostazione mi da il numero di telefono dicendomi di richiamare domani per sapere se sarà finito e il treno partirà e mi rinfranca dicendomi che è comunque possibile andare in autobus. Speriamo bene. Il pomeriggio lo passo al mercato coperto: un corridoio di negozi e bancarelle lungo mezzo chilometro con varie diramazioni. Ci sono anche tante cose di qualità ottima e, mancando il cibo, non ci sono strani odori come è tipico nei mercati indocinesi. Verso sera mi faccio una doccia e mi preparo per cena: non ho mangiato da ieri ma oggi proprio non ho appetito, forse colpa del caldo. Stavolta mangio un fantastico Curry verde di manzo e poi, mentre sto per rientrare, mi sorprende un temporale violentissimo. Rimango sul lungofiume su una panchina sotto ad una tettoia e me lo godo tutto: tuoni e lampi si susseguono senza sosta e l’acqua che cade fa un rumore assordante. In mezz’ora si calma un po’, torno in camera, poso tutto e mi metto in veranda a leggere e scrivere mentre la pioggia riprende forza per dieci minuti e poi smette.
23 Giugno
La giornata la passo vagando senza meta per Nong Khai. Per le bancarelle la gente mi riconosce e mi sorride oppure viene espressamente a salutare. In effetti sono molto riconoscibile, unico straniero da tre giorni a spasso. Vado a comprare il biglietto dell’autobus, del treno ho perso ogni speranza e lo sciopero continua, mi dispiace soprattutto non potermi fermare ad Ayutthaya in treno, come avevo programmato. Devo lasciare la stanza a mezzogiorno ma il titolare mi fa tenere lo zaino nel ripostiglio. Alle sette vado alla stazione degli autobus e non credo ai miei occhi quando salgo a bordo. Al prezzo di sei euro per un viaggio di nove ore mi accomodo su un sedile enorme, completamente reclinabile, e mi vengono forniti nell’ordine: asciugamani, coperta, acqua fresca, patatine, wafer e tè verde. Mi domando come facciano a rientrare nelle spese. Il viaggio è piacevolissimo e l’autista estremamente prudente. Ci fermiamo in quattro grandi cittadine e riesco anche a dormire un po’. A bordo viene trasmesso un film e il tempo passa piuttosto velocemente, non capisco però che senso abbia avere i sedili in velluto pesante in un paese tropicale, sono costretto a dormire sopra all’asciugamano per non sudare.
24 Giugno
Arrivo a Bangkok alle quattro di mattina, l’autobus mi lascia in periferia ed occorre quasi un’ora di bus urbano per arrivare in centro. E’ ancora davvero presto e zaino in spalla mi metto in cerca di una sistemazione. Comincio dalla Bo Bae Tower, dove alloggiai nel 2007 e mi emoziono ripercorrendo certi luoghi noti che tanto avevo amato. Dalle sei alle otto vado di porta in porta alla ricerca di una sistemazione. Ricordavo maleodorante e inquinata, ma non così tanto. Con lo zaino in spalla e nonostante l’ora già mi sento svenire: ho visto oltre venti guesthouses e pensioni ma sono piene, o sporche o troppo care. Inoltre l’assillo dei guidatori di tuk-tuk che non mi danno tregua mi ha messo di così malumore che devo rifugiarmi in un internet point. Davanti a me una cartina della Thailandia. Un pensiero dopo l’altro e in due o tre click faccio il programma più veloce della storia: un’ora dopo sono sul treno che mi porta a Hua Hin, al mare, località scelta praticamente a caso. Dove la terra indocinese sgocciola sull’Oceania e l’istmo di Kra trattiene quel lembo Malaysia per un pelo, diviso tra Thailandia e Myanmar, c’è la località balneare di Hua Hin dove vanno in vacanza i Thailandesi piu’ abbienti. La cittadina è una sorpresa come è una sorpresa la guesthouse dove mi sistemo: sospesa su una struttura a palafitta proprio sulla spiaggia! Praticamente esco dalla stanza scendo le scale e sono in acqua. Faccio subito un bagno a mare e l’acqua è caldissima, come un bagno turco. Alle spalle della cittadina, molto vivace e piena di ristoranti, massaggi e infrastrutture, nell’entroterra, c’è un parco nazionale dove spero di poter andare. Pago tre notti. Dopo jungla, villaggi, navigazione, ore nella polvere e tanti chilometri a piedi, questi tre giorni li passerò da Re spendendo un bel niente! Nel pomeriggio mi metto in esplorazione della città. Scopro che il Re risiede qui per la maggior parte dell’anno, infatti tutto in torno davanti alla costa ci sono navi militari di guardia. Oltre al centro città fatto di locali, vicoli e negozi, mi ritrovo in una zona moderna dai tecnologici centri commerciali e tante fra le catene alberghiere note in tutto il mondo e purtroppo anche tutti i fast food americani. E’ un vero peccato che l’identità tipica di questi luoghi si vada piano piano cancellando per far posto ad usi e costumi occidentali.
25 Giugno
Dopo colazione, noleggio uno scooter e parto in esplorazione, seguendo la costa verso sud. Raggiungo il promontorio di Takiap, con un tempio sulla vetta ed un panorama incantevole. Subito vengo attorniato da scimmie e quando ridiscendo la scalinata anche lo scooter è invaso da scimmie che non vogliono saperne di andarsene. Mi scelgo una spiaggia deserta e dopo un paio di bagni a mare mi stendo due ore al sole, poi devo smettere perché non lo sopporto. Decido quindi di partire alla volta del Parco Nazionale al confine con il Myanmar. Sono 73 km di strada bellissima, con asfalto perfetto. Dopo i primi venti chilometri di villaggi e piccoli centri i restanti cinquanta sono un saliscendi fra colline disabitate, mucche che invadono la strada e nessuno oltre me. Tutto intorno vette frastagliate che sembrano conchiglie conficcate nel terreno. Faccio tappa all’ospedale degli elefanti: ci sono elefanti partorienti, convalescenti e anche allestiti per gite nella foresta. Altri fanno gli equilibristi con cerchi attorno alla proboscide e ballano a tempo di musica. Riparto. La strada prende a salire e dopo diversi tornanti si infila in un altopiano pieno di laghetti e fitta foresta. Ad un tratto un cartello che sembra proprio dire “Attenzione alle Farfalle”. Resto un po’ perplesso ma poco dopo scopro il motivo. Nuvole di farfalle nere e blu compaiono all’improvviso in mezzo alla strada, sbattendo dappertutto sullo scooter, sul casco e anche sulla mia faccia, per poco non mi fanno cadere. E così via a intere manciate quasi da offuscare la vista. Finalmente ci sono: un cartello con l’effige del Re Bhumibol da il benvenuto nel Parco, passo un check-point della forestale e poi via, ancora foresta per altri dieci minuti. Ed ecco le cascate di Pa-La-U. Mi incammino sulla riva del torrente e una guardia forestale guardando le mie ciabatte infradito mi guarda come a dire ‘dove vai con quelle’. In effetti si scivola parecchio, perciò le tolgo e le mollo da una parte. La jungla è fatta per essere toccata, penso. Le cascate sono su vari livelli, ai due inferiori bassi si accede tramite comodi ponticelli di legno e gradini di pietra, ma poi il sentiero si addentra nella vegetazione lasciando il torrente per un bel pezzo. Cammino scalzo nella fanghiglia, sulle foglie, su radici nodose umide ed è come stare su un tappeto, mi piace veramente un bel po’ questa sensazione di contatto con la natura. Raggiungo il terzo livello e proseguo nell’acqua per altri due fino a trovare una grossa cascata con una grande laguna in cui si getta l’acqua ed una seconda laguna di acqua più ferma e trasparente piena di pesci . Poso tutto sulla riva e mi metto in piedi nell’acqua. Poco dopo mi accorgo di un grosso ragno nero sulla mia spalla e con un getto meccanico lo butto giù. La punizione è tremenda: in un attimo un turbine di pesci si getta sul povero ragno e ne perdo le tracce. Entro nell’acqua fredda lentamente e quando sono immerso i pesci non ci pensano su due volte e si fanno avanti a mordicchiarmi le dita dei piedi e le gambe. Fortunatamente l’acqua è trasparente e vedo tutto quello che accade sotto di me altrimenti me la sarei già data a gambe! Passo così un paio d’ore i beatitudine, ci sono piante che ho visto soltanto al negozio del mio amico Gianluca. Alcune con dei grossi sacchi appesi come contenitori delle dimensioni di una brocca da un litro, e fiori di ogni tipo. Si sente qualche stridulo verso nella boscaglia e ogni tanto si vede qualche scimmia sui rami piu’ alti. Una grossa farfalla arancione si posa sulla mia testa per un bel po’ e rimango immobile cercando di allungare la mano verso lo zaino per fotografarla ma quella invece riparte e si mette proprio sul mio portafogli. Comincia a piovere e ripercorro tutto il tratto nel bosco sempre scalzo e sempre da solo. La pioggia rinforza così nel viaggio di ritorno rimango in costume fino alle porte della città, poi smesso di piovere ed asciutto mi rivesto e vado a restituire lo scooter. Per cena decido di mettere i pantaloni lunghi e di tornare allo stesso piccolissimo ristorante in cui ho cenato ieri. Le zanzare mi hanno sbranato le gambe ma la cena era favolosa. E soprattutto, decido di mettere finalmente un paio di scarpe che non indosso da 14 giorni ormai. I piedi sono neri per il sole di sopra, e neri per le camminate a piedi di sotto. Mi stavo davvero abituando a stare scalzo, magari poter stare scalzi sempre! A cena ordino un Phad Thai che mi viene servito dentro ad un sacchetto fatto con una o melette, dentro ci sono i famosissimi tagliolini con germogli di soia e gamberoni. La solita passeggiata serale e poi a letto. Sotto di me si sente il mare, è quasi come dormire in barca.
26 Giugno
Nella notte mi sono svegliato due volte e sono uscito in terrazza, ma per il resto se conteggio le ore di sonno sono arrivato ben a dieci ore! Tantissime per me. Appena sveglio mi preparo lo zaino e vado in spiaggia, sarà una lunga giornata oziosa, lunga e lenta perché al mare so già che resisterò poco, di mercati e negozi ne ho abbastanza e di escursioni non ne ho in programma. Rimango a mollo un sacco di tempo e mentre sto per andarmene conosco Tlee, un ragazzo di New York in vacanza anche lui da solo. Parliamo così tanto su e giù per la spiaggia che quando ci salutiamo sono ormai le due. In doccia mi accorgo del livello di ustione che hosulle spalle, non riesco neppure ad insaponarmi. Con Tlee ho fissato alle sei per cenare insieme. Ci ritroviamo ed andiamo fino al centro commerciale insieme, ceniamo con pochissimo e poi lui insiste per andare al cinema a vedere Transformers. Prima del film, proiettato in Thai e quindi incomprensibile, tutti in piedi davanti ad un firmato sul Re che viene dipinto come un semidio. Ci salutiamo attorno a mezzanotte, dopo aver fatto tappa in un altro locale. Finalmente una serata con qualcuno, non che la solitudine mi dispiaccia ma comincia veramente a pesarmi stare seduto ogni sera da solo in ristoranti pieni di gente. Tlee poi, è un ragazzo estremamente piacevole, è in Thailandia da due mesi ed ha lavorato alla costruzione di alcune scuole di inglese e fatto tanto volontariato. Davvero un ragazzo saggio e intelligente. Che rabbia non essersi fatti una foto insieme!
27 Giugno
L’ultimo giorno è arrivato. Preparo lo zaino e mentre lascio la mia stanza incontro nuovamente Tlee. Secondo me lo ha fatto apposta. Vorrebbe che andassi in spiaggia con lui ma gli spiego che sono ustionato e che fra due ore ho il treno per Bangkok, se lo perdo arriverò troppo tardi per il mio volo. Ci salutiamo di nuovo e ci scambiamo le e-mail. Cammino lentamente attraverso il paese per far passare il tempo ma quando arrivo alla stazione ho speso solo mezz’ora. Mi siedo a leggere e dopo un po’, riecco Tlee di nuovo. Dice che era curioso di vedere la stazione e mi fa compagnia fino all’arrivo del treno. Saluto con grande dispiacere e parto. Il treno, di sola terza classe, è lentissimo e rumoroso, non ci sono neppure le porte e qualcuno salta dal treno durante il viaggio. Su e giù fra i vagoni passano i venditori ambulanti di pollo fritto, riso e bevande. Arrivo a Bangkok alle 19, speravo di avere un paio d’ore da spendere in città ma è in corso un temporale e prendo il primo bus per l’aeroporto. Ho sei ore di attesa prima del volo, ma non importa. Ogni attesa, ogni silenzio, ogni momento di non far niente semplicemente ascoltare o guardare in questo viaggio ha avuto importanza. Sono soddisfatto, appagato e per niente stanco ma ho ritrovato anche una nuova voglia di tornare, di vedere i miei e la mia casa e portarmi via tutto quello che questi luoghi mi hanno lasciato dentro. Nella cascata ho gettato una monetina, se il desiderio si avvererà….

Viaggi

Thailandia

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La Thailandia mi ha immediatamente travolto col suo fascino, un luogo con un anima propria e forte, un paesaggio straordinario di una ricchezza indescrivibile. La gente è meravigliosa, davvero il popolo del sorriso. Persone fantastiche, molte delle quali in grado di dimostrare dignità anche immerse nella miseria. “Mai Pen Rai” significa “non importa, lascia stare, non ha importanza”, perché tutto si supera, col sorriso. BANGKOK: Appena arrivato lo shock è violento, il primo sentimento è il disgusto per lo smog soffocante, il rumore assordante, il caos, la sporcizia ed i contrasti violenti… …improvvisamente tutto il brutto scompare e diventa irrilevante, affascinante. Le persone sono affaccendate nei propri lavori, ognuno ha un proprio posto ed un proprio spazio, anche solo il metro quadro di una bancarella apparentemente misera, ma la miseria, in fondo, cos’è quando si riesce a mangiare, vivere sorridendo e rispettarsi? Non si avverte pericolo, minaccia, ostilità. Le imponenti strutture architettoniche, il sapore del cibo, il profumo nei templi, la tradizione. Si è sopraffatti da una città enorme e piccola, nuova e vecchia, straordinaria in ogni suo aspetto. DAMNOEN SADUAK: E’ qui che si trova il miglior esempio di mercato galleggiante rimasto in Thailandia, anche se è ormai una ricostruzione per turisti e gli oggetti in vendita sono  souvenirs reperibili ovunque. Interessanti sono le barche-bancarella con frutta o cucine funzionanti che servono pasti completi in mezzo all’acqua. La Provincia di KRABI è lussureggiante: affacciata sul Mar delle Andamane comprende una serie infinita di isole e isolotti ed una costa fantastica. Purtroppo, la crescente affluenza di visitatori ha portato gli abitanti a rincorrere il modello occidentale e così gran parte del fascino del luogo si è pian piano trasformato in un parco giochi per Europei ed Australiani che soffocano, sporcano e appestano questi luoghi fantastici. La gente del posto sembra convinta che sia un bene disseminare ristoranti Italiani a scapito di quelli thailandesi. Non ho certo volato dodici ore per mangiare una pizza! In ogni caso, i luoghi da vedere e le cose da fare sono innumerevoli, anche l’entroterra merita una visita e girare in scooter o in bici rende il tutto più affascinante, con i mille suoni che provengono dalla jungla, le scimmie che si affacciano curiose, gli elefanti, i fiori di ogni genere. AYUTTHAYA è l’antica capitale del Siam, distrutta nel diciottesimo secolo dai Khmer e in parte saccheggiata da Rama V che trasferì la capitale prima a Thon Buri e poi a Bangkok. Si narra che al massimo del suo splendore Ayutthaya avesse un milione di abitanti, una quantità enorme per l’epoca. Decine e decine di templi spiccavano nell’isola fluviale sulla quale la città è situata e ancora oggi è possibile visitare le moltissime rovine, alcune ancora molto ben conservate, strappate alla vegetazione. Si raggiunge in un’ora di treno da Bangkok e l’ideale è visitarla in bicicletta. Questa è stata una delle più belle giornate del mio primo viaggio. La seconda volta sono tornato in Thailandia dal nord, arrivando da Vientiane mi sono fermato a Nong Khai e poi sono sceso giù fin sul Golfo di Thailandia nella cittadina di Hua Hin. E’ e rimane un luogo magico con gente straordinaria, ma purtroppo queste persone stanno svendendo anno dopo anno la loro personalità e cultura all’occidente, annullando tutto quello che hanno di misterioso, affascinante, storico e culturale per un hamburger o una pizza. Peccato! Durante il mio secondo viaggio ho tenuto un diario di viaggio, che potete leggere cliccando nel menu Thailandia in alto.

Laos, scrittura, Viaggi

Laos, diario di viaggio

15 Giugno Volare continua a non piacermi e per tutto il volo da Roma a Bangkok non chiudo occhio. Dopo cinque ore di attesa in aeroporto, il volo per Luang Prabang è invece calmo e perfetto. All’arrivo mi viene rilasciato un visto di un mese, esco all’aperto e trentanove gradi mi arrivano di colpo, l’umidità segnalata da un piccolo barometro a lancetta è al novanta per cento. Una chiacchierata con un tizio in coda alla dogana mi fa guadagnare un passaggio in pick-up fino in centro , lui è australiano ed il suo inglese mi risulta più difficile del lao. Indosso ancora i jeans e vorrei poterli sfilare e gettare in un cassonetto. Ho sonno, bisogno del bagno e sono fradicio di sudore. Cambio cento euro per un rotolo gigante da oltre un milione di kip dopodichè raggiungo la Vanvisa Guesthouse, che ho scelto da tempo grazie alla guida. Tolte le scarpe, seguo una ragazzina fra tappeti e bambini urlanti, mi mostra la loro camera migliore e pago per tre notti. Il pavimento della stanza è in legno, c’è un lettone matrimoniale, un bagno spartano ma pulito e ben tre finestre con zanzariere; invece del comodino una scultura antropomorfa di legno alta quasi quanto me mi fissa ovunque mi sposti. Fatta la doccia mi butto sul letto ma guardando le finestre mi accorgo che qualcosa non torna, mi alzo per toccarle e solo allora capisco che non ci sono i vetri, ma solo le zanzariere. Fuori vedo un barbecue enorme e l’odore che mi entra in camera non mi dispiace, decido comunque di rimettere tutto in valigia prima di trasformarmi in un pasto per tigri ambulante. Provo a dormire ma non riesco. Esco. Dalla collinetta adiacente un suono di tamburo e sonagli attira la mia attenzione, salgo la scalinata e mi siedo a guardare un gruppo di monaci bambini che si affaccendano attorno al tempio, alcuni di loro percuotono un tamburo appeso orizzontalmente dentro un tabernacolo. Sorridono e salutano provando il loro inglese. Poco il suono del gong viene rimpiazzato da quello dei tuoni. Nel giro di dieci minuti il cielo si fa nero e sembra notte, saluto a mani giunte ‘sabaidee’ e mi incammino giù per la scalinata. Salvezza: un internet point in cui rifugiarmi mentre il monsone scarica un fiume d’acqua in questo posto incantevole. Trascorsa mezz’ora mi faccio coraggio ed esco che ancora diluvia e quando arrivo alla guesthouse mi toglo le scarpe ed entro gocciolante. I bambini ridono. Cerco la signora e chiedo se posso cenare con loro. La signora mi propone il laap, il piatto tipico laotiano. Adesso ho la certezza di essere il solo cliente. Mi porta in cucina e mi fa scegliere fra carne e pesce ma le rispondo che mangerò quello che avrebbe cucinato comunque e che non ho problemi. Mi sembra soddisfatta e mi dice che sarà pronti per le otto. Mancano ancora tre ore, sono rilassato come mai e questa casa ha un fascino esagerato: davanti alla mia stanza c’è un lungo tavolo da quattordici coperti dove mi siedo a scrivere il mio diario. Poco dopo la signora compare con un tè da lei stessa coltivato e preparato che trovo ottimo. Stavolta vado a letto davvero e crollo all’istante, mi sveglia la figlia della signora per la cena e mi siedo al tavolo con i due uomini di casa. Il laap è una sorta di misto di verdure con brodo, piuttosto amaro a dire il vero, che però mangio con entusiasmo anche se ogni tanto mi trovo a sputare delicatamente qualche ossa di animale non identificato. A centro tavolo c’è invece una frittura di pesciolini del Mekong pescate da uno dei due commensali che ho di fronte. A fine cena ci viene servito un ananas dal sapore mille volte più intenso di quelli che giungono da noi. Dopo cena vado al mercato notturno, ritrovo di tutti i turisti. Fra le bancarelle di prodotti artigianali incontro qualche altro falang (straniero) ma non molti a dire il vero. Ci sono stoffe di ogni genere, borse, maglie e oggetti in legno e vimini, carta di riso e seta. Mi tenta un copriletto fantastico ma mi frena il pensiero del poco spazio nello zaino e resisto all’acquisto. Il cielo è di nuovo stellato, faccio una passeggiata per alcune vie deserte ma alle dieci sono già a letto.

16 Giugno Mi sveglio alle otto e decido di seguire l’itinerario suggerito dalla guida Lonely Planet. Per prima cosa mi reco da Big Brother Mouse, un’associazione dove compro alcuni libri di scuola che verranno donati alle scuole dei villaggi del nord che non possono comprarne. Poi procedo fra case bianche e templi, le strade sono perfettamente pavimentate ed i marciapiedi in mattoni rossi. Il cielo e’ velato ma fa molto caldo. Mi ritrovo così al mercato dei generi alimentari, un mondo a parte davvero. Nessun turista oltre me che indosso una maglia senza scritte e pantaloni lunghi di lino, forse grazie ai capelli rasati e l’abbronzatura qualcuno neppure si accorge di me. Mi tradisco quando sgrano gli occhi davanti ad una bancarella nella zona carni che vende decine di grassi rospi in una ciotola e alcuni varani, un paio sopra il metro di lunghezza, con mani e piedi legati e che si guardano attorno in attesa di venir acquistati e cucinati. Una signora mi chiede se va bene il varano che sto accarezzando ma la figlia la rimbrotta subito dicendole che sono un falang. Mi riguardo dal fare foto e mi limito a rubare un paio di scatti da alcuni punti coperti o quando nessuno mi osserva. Sul lungofiume compro il biglietto dell’autobus per Sainyabouli, la mia prossima meta, verso cui partirò dopodomani. Raggiungo il tempio principale della città: il Wat Xieng Thong. Tolgo i sandali all’ingresso del giardino e le lascio lì, mi pare inutile fare un continuo leva e metti ad ogni edificio e quindi rimango scalzo per tutta la visita. La fortuna mi assiste e nel Sim principale è in corso una cerimonia: i monaci, che al mattino raccolgono le offerte in cibo, si apprestano a consumare il loro unico pasto della giornata davanti ad alcuni fedeli. Capisco subito che alcuni dei fedeli sono i genitori dei monaci bambini. Farsi monaci infatti e’ una tappa obbligata che aggiunge prestigio alla vita di ogni buddhista ed ognuno per un minimo di tre mesi si fa monaco nella propria vita. Finita la preghiera collettiva, comincia la sfilata dei vassoi di riso, verdure e involtini di foglie di banano mentre alcune signore lanciano petali di fiori tutto intorno. Fare foto è quasi un delitto ma quando la signora che ho di fianco mi incita mi faccio coraggio e immortalo qualche scena. Sempre scalzo mi aggiro fra i vari edifici attorno al giardino dove è custodito un carro funebre regale ornato da sette teste di serpente ed una piccola cappella all’interno della quale c’è un Buddha di ferro pesantissimo che si deve provare a sollevare per tre volte dopo aver espresso un desiderio: ci riuscirà soltanto chi merita che il desiderio venga esaudito. La visita al tempio mi occupa un paio d’ore ma avendo deciso che in questa vacanza non sarò mai schiavo del tempo, non ho l’orologio e quindi non so bene che ora possa essere. Dopo la visita al tempio la Lonely Planet mi porta verso un ristorante di nome Tamarind. Sembra un bel posto e ci sono diversi clienti ma proprio a fianco c’è un ristorante gemello e deserto con una bambina dentro che mi guarda come dire scegli me. Entro ed ordino un Riso saltato con Verdure e la famosissima Beerlao, la birra nazionale. Forse il miglior pasto fatto finora, davvero. Dopo pranzo taglio la penisola che il centro storico forma fra i due fiumi e dal Mekong mi affaccio sul Nam Khan. Sono sul lato opposto della collina che sorge in mezzo del centro e scopro un gran numero di locali semideserti, la sera qui deve essere davvero pieno di gente. Il sole mi riporta in camera, mi sto ustionando la cute del capo, faccio una doccia ma quando chiamo la signora per capire come funziona il ventilatore si scopre che è rotto e vengo spostato nella camera adiacente, che mi sembra persino migliore. Sono appena le tre e mezza ed ho visto già così tante cose oggi! Dormo un ora e alle diciassette esco per salire la collina di Phou Si per osservare il tramonto. I trecento gradini sono praticamente al buio, talmente è fitta la vegetazione. Giunto sulla sommità scopro un tempio piccolo e cadente dal quale la vista toglie il fiato. Il colle è la sola altura della città e si vede tutta la valle, persino la pista di atterraggio dalla quale sono arrivato. Verso ovest, oltre il Mekong dal colore fangoso, il sole comincia a scendere, verso est invece dei nuvoloni neri fanno capolino dai monti Annamiti e si sentono i primi tuoni. Diverse persone sono in attesa del tramonto. Passo gli ultimi momenti di luce a fare foto e riprese ma mentre il cielo si tinge di rosso da un lato, dall’altro un sipario d’acqua scavalca i monti e si avvicina lentamente, come una tenda a perfetta chiusura di una giornata scenica. Fa buio velocemente e alle sette comincia il diluvio. Indosso il mio k-way dal quale ho imparato a non separarmi mai. C’è un’altra scala che scende la collina ma appena la imbocco un gruppo di cani sbuca da un cespuglio e mi ringhia contro per rimandarmi indietro. Quattro monaci bambini dietro di loro li richiamano e ridono indicandomi di scendere da dove sono venuto. E’ così buio che non si vede niente, sento un forte vento sopra di me e il rumore dell’acqua ma su di me cadono solo i fiori bianchi e gialli dei frangipani, mentre né la pioggia né il vento riescono a passare al di sotto.

17 Giugno Sveglia alle cinque e mezza per assistere alla processione dei monaci, la città è già in piena attività e i negozi già aperti, ma i monaci sono già passati ed ho fatto tardi. Domani avrò l’ultima possibilità. Faccio colazione e noleggio una bicicletta per dirigermi Ban Xang Khong, villaggio noto per la produzione di tessuti e carta. Lascio il centro dal ponte ciclopedonale e chiedo più volte informazioni finché vengo indirizzato in una stradina tutta terra, fango e pozzanghere che si addentra nella foresta. Pedalo per una ventina di minuti poi una bambina con la sua bicicletta rosa mi viene incontro. ‘Hello we’iugo’?’ mi chiede. Rispondo, e mi indica di seguirla. Pedaliamo fianco a fianco per altri dieci minuti finché mi annuncia che sono arrivato, saluta e se ne và. Arrivato? Sono in un piccolo spiazzo con dieci capanne, alcune con un telaio a mano ed un negozio annesso. Compro alcune sciarpe ed assisto alla tessitura, poi entro in un negozio di carta e compro un grande foglio bianco e grezzo ed un diario su cui trasferire il mio racconto di viaggio. Mi viene spiegato che per ricavare questa carta si usano escrementi di elefante, strano perché in realtà profuma. Torno in camera a posare gli acquisti, troppo delicati per un eventuale acquazzone, e riparto con meta le cascate Tat Kuang Si. Sono trenta chilometri verso sud, di cui molto in salita, forse pretendo troppo dalla mia bicicletta senza marce. Infatti, quando mancano ancora venti chilometri il tamburo del freno posteriore esce di sede e la ruota si blocca. Scendo per dare un’occhiata ma immediatamente si ferma un ragazzo in scooter che col suo “no problem” si mette al lavoro. Purtroppo l’unica soluzione è togliere il freno perciò decido di tornare indietro e non salire oltre, avendo un solo freno rimasto. La sorte mi assiste e incappo in un cartello che indica ‘Cascate a 1 km’. Saranno meno famose ma almeno vedrò delle cascate! Svolto e sempre sullo sterrato le raggiungo. Un piccolo paradiso, una laguna favolosa e soprattutto delle farfalle grandi come la mia mano tutt’intorno. Entro in acqua facendomi largo fra grosse amebe argentee che sgambettano dappertutto. Che bellezza, ho il mio massaggio laotiano naturale e gratuito: entro sotto la cascata e il getto quasi mi sbuccia le spalle tanto è forte. Poi mi spingo più indietro con la schiena, entro in una nicchia dentro la cascata e scompaio alla vista, davanti a me solo l’acqua. Che felicità! Resto così per diverso tempo, poi provo a correre avanti e indietro dalla riva come un matto per riuscire a farmi un autoscatto sotto la cascata ma dopo vari tentativi rinuncio e mi rimetto sotto il getto. Mentre mi rivesto ecco sei o sette bambini in fila che mi salutano sabaidee ed entrano in acqua. Quando uno di loro adocchia la mia videocamera è una festa: cominciano a tuffarsi uno dopo l’altro e quando riemergono aspettano un mio cenno di conferma che ho ripreso il tuffo. Non mi manderebbero più via ma comincia a piovere e devo andare. Saluto e ringrazio, rimango in costume a torso nudo, tutti i miei averi nella sacca di nylon sono protetti e allora mi godo la pedalata fino in città sotto la pioggia. Dai campi spuntano diversi cappelli di paglia a semicono delle raccoglitrici di riso e naturalmente, dovunque, bambini. Arrivo in camera grondante, mi asciugo fuori casa e poi attraverso la sala, la cucina e la veranda cercando di non gocciolare. Le ragazze stanno pranzando davanti alla mia camera e ridono. ‘You wet’. Per la prima volta oggi controllo l’orario. Incredibile! Soltanto l’una! Faccio un po’ di bucato, la doccia, ed esco per riconsegnare la bicicletta. Magia: sole e tutto asciutto, come non fosse mai piovuto. Scelgo un ristorante centrale ed ordino un Curry Rosso con l’immancabile Beerlao che costa meno dell’acqua. Che giornata bellissima anche oggi e tutto questo in una mattina. Nel pomeriggio dolce far niente davvero! Mi siedo al Cafè des Arts e vengo avvicinato da bambini che vendono braccialetti. Rifiuto i primi tre come ne ho rifiutati due a pranzo ma al quarto cedo e mi provo qualche braccialetto. Niente, nessuno mi entra, sono tutti piccolini! La bambina fa il broncio ed io le offro 1000 Kip. Li prende, mi guarda trafiggendomi con lo sguardo e me li lancia sul tavolo no charity!!! Arrossisco, e lei se ne và con la testa alzata sprezzante tipo sorellastra di cenerentola. Comincio a sentire gli effetti dell’insolazione, testa e collo non li posso manco sfiorare con le mani ma fortunatamente neppure una puntura di insetto. Vado a letto dalle cinque alle sette e poi esco per l’ultima cena in città, che passo in un locale dove faccio conoscenza con un ragazzo del posto, guardo un film sul maxischermo e poi di nuovo a letto.

18 Giugno Stavolta mi alzo davvero e per le cinque sono già in posizione per veder sfilare i monaci. Una signora mi fornisce un tappetino su cui inginocchiarmi e mi vende del riso bollito, involtini di pollo e frutta disidratata da offrire loro. E’ ancora molto buio ma dopo venti minuti un gong annuncia l’arrivo e poco dopo ecco i monaci con le loro tuniche zafferano in fila dal più vecchio al più giovane. Dopo i primi venti le vivande di cui dispongo sono già finite e i monaci sono tantissimi, arrivano da ogni direzione scalzi, in silenzio e aprono le loro ciotole soltanto davanti a chi si sporge con qualcosa in mano. E’ un esperienza molto emozionante e solenne che dura quasi mezz’ora. Facccio un ultimo giro al mercato e poi alle otto un tuk-tuk viene a prelevarmi per portarmi alla stazione degli autobus. Saluto la signora che mi ha ospitato e parto. L’autobus è una reliquia vecchia di almeno trent’anni o forse più, all’interno ci sono i sedili tutti rotti e sul soffitto ventilatori da casa roteanti. Siamo circa venticinque passeggeri fra cui un monaco di circa quindici anni. Per la prima mezz’ora il bus si inerpica sulla strada che porta a sud verso la capitale, poi un cartello indica ‘Sainyabouli 63km’, svoltiamo a destra e… addio asfalto! Quel che segue ha dell’incredibile. Cinque ore di strada sterrata, con sobbalzi da rompere le ossa e un continuo saliscendi, spesso il bus si ferma per ingranare le marce ridotte. Ho portato soltanto dell’acqua ma non ho fame, il paesaggio mi rapisce e nonostante la scomodità vorrei che la tratta non finisse mai. Attraversiamo decine di villaggi piccolissimi e tutti pieni di bambini scalzi che corrono dietro all’autobus. Qualche volta ci fermiamo perché si possa comprare dal finestrino quello che le donne vengono a venderci. Poi, dopo ore di fitta vegetazione e saliscendi la strada finisce dentro al Mekong, direttamente in acqua. Scendiamo dal bus per riposare le gambe e la schiena e alcune bancarelle improvvisate dai contadini vendono qualsiasi cosa, ma niente che io desideri o che mi svegli l’appetito. Di fianco a me c’è qualcosa che si muove… credevo fosse un sacco di riso scaricato dal cassone ma in realtà e’ una bella grassa scrofa spalmata nel terreno distrutta dal calore. Poco dopo ecco il traghetto, praticamente un pezzo di strada semovente grande come il bus. La traversata dura dieci minuti e dopo altri quaranta minuti di strada siamo a Sainyabouli, oppure Xaignaburi come talvolta si trova scritto. Anche qui il cuore del paese è il mercato alimentare pieno di donne in costume tradizionale. Fra le altre cose bizzarre mi colpiscono i pipistrelli alla griglia, ma preferisco puntare degli invitanti bocconcini di pollo e degli spaghetti di riso con verdure che mi vengono serviti in una busta di plastica e vanno mangiati con le mani. Non c’è molto in questo posto, è la provincia piuù sperduta del Laos, non geograficamente ma fisicamente perchè esistono solo duestrade per raggiungerla e tutto il resto è foresta primaria e villaggi abitati da oltre trenta diverse etnie. C’è un immenso viale che attraversa il paese, è impressionantemente largo, come se qualcuno stesse per costruire una città in questo luogo: da un lato il viale finisce contro una scalinata con un bianco stupa sulla sommità, dall’altra si stringe in uno strettissimo ponte sul fiume. La mancanza di attrattive turistiche rende il tutto molto affascinante, la gente mi guarda con stupore. Passo il pomeriggio a cercare in ogni bancarella e in ogni pensione qualcuno che parli inglese o francese ma niente da fare. Neppure il guidatore di tuk-tuk davanti alla mia cartina, ai miei gesti, alle parole scritte su un foglio, riesce a capire che l’indomani vorrei andare alla stazione degli autobus per prendere il bus per Pak-Lai. Decido di rinunciare, mi alzerò presto e andrò alla stazione a piedi. La sera il cielo è così gonfio di stelle che non riesco ad individuare neppure una costellazione, c’è un silenzio totale e si sente soltanto il rumore dei grilli. Vado a letto presto ma non riesco a dormire: lo scarico del WC non si ferma completamente e il rumore dell’acqua è incessante e fastidioso. Mi alzo e cerco di ripararlo, apro il cassonetto e… tragedia! Il Galleggiante mi rimane in mano e il getto parte incessante alla massima potenza, facendo un fracasso esagerato! Disperato provo a ripararlo, canticchiandomi mentalmente la canzoncina di Mac Gyver, ma niente da fare, provo a coprire la scatola del water con l’asciugamano per attenuare il rumore ma non cambia niente. Sudo per il nervoso: cosa dirò alla padrona e soprattutto come visto che non parla nient’altro che Lao? E se da fuori si sente magari mi vengono a bussare? Che figura! Dopo il panico iniziale, un pensiero diabolico: dormirò fino alle quattro e me ne andrò in silenzio, come un criminale… La camera è già pagata perciò forse, per una volta… Non so come, riesco a prendere sonno intorno a mezzanotte.

19 Giugno Alle 4,30 sono già fuori, col mio zaino gigante e un sacco di strada da fare a piedi. Che avventura e che adrenalina! Davanti ad ogni casetta si accendono già i primi fuochi per bollire l’acqua e al mercato le prime contadine arrivano coi loro carretti a spinta. L’alba è appena iniziata e si vedono ancora diverse stelle e la luna. Mi dirigo a sud, in cerca della stazione degli autobus. In Laos, camion ed autobus non possono entrare nei centri abitati, i terminal sono di solito due o tre chilometri fuori dall’abitato. Io, in questo caso, devo attraversare il paese e poi fare circa tre chilometri verso sud, ma vado a caso sull’unica strada perché i cartelli sono tutti in caratteri lao. Mentre cammino si fa giorno e per le cinque e mezzo costeggio l’aeroporto: una striscia di asfalto in un campo nella quale atterra un solo volo alla settimana da Vientiane, ma per soli sei mesi all’anno. Alle sei sono al terminal. Rimango prima immobile dallo stupore ma poi quel che vedo mi emoziona ancora più. La guida non specifica che per terminal si intende una baracca di legno in un campo, ma soprattutto non specifica che non esistono i bus, ma solo i Sawngathew, l’equivalente della nostra Ape Poker sul cui cassone sono montate due file di panche ai lati e un tettuccio. Faccio il biglietto e attendo circa un’ora e mezza, fino a che non si raggiunge un numero minimo di passeggeri: siamo in diciotto a bordo, compresi i bagagli, sacchi di riso, verdure e un neonato. La strada è poco più di un sentiero sassoso fatto di buche, fosse, pozzanghere e lunghissimi tratti di solo fango, il tutto per un viaggio di centottanta chilometri in 6 ore. Finora, la cosa più bella che mi sia capitata è questo viaggio. Durante il tragitto carichiamo e lasciamo passeggeri ed io vengo spinto sempre più in coda. Prima mi ritrovo con un piede fuori, poi tutti e due, e infine, per un tratto, sono rimasto appeso all’esterno del cassone, in piedi sul predellino tenendomi alle barre laterali come una scimmia. Siamo arrivati anche a ventitrè persone a bordo. Nelle varie fermate ho potuto sedermi di nuovo ma subito dopo una ragazzina con in mano un mazzo di 4 polli legati per le gambe entra posandomeli sul piede, l’unico spazio possibile, dove i poveri animali non esitano a lasciare la loro firma… Viaggiamo attraverso paesaggi incontaminati, foreste, montagne, salite ripide e fangose, pianure, risaie sconfinate. Rimango impressionato dalla varietà di villaggi e di popoli che incontriamo. I Lao delle pianure vivono in abitazioni di pietra o di cemento, hanno qualche comodità e si parla ancora di paese. I Lao delle risaie vivono su palafitte, sotto le quali si vedono bufali, mucche, maiali e polli. I Lao delle Colline vivono invece in capanne di legno o bambù, alcune piccole comunità hanno invece solo un semplice tetto di paglia senza pareti. Ma tutti lavorano, tutti coltivano, allevano e lungo la strada espongono le loro merci correndo dietro a quell’unico mezzo della giornata che passa e che è il solo segnale che qualcosa al di là delle montagne esiste. Una sola cosa accomuna tutti i villaggi: un numero impressionante di bambini. Bambini che ridono Salutare è una parola che in italiano ha due significati, ma io penso che in fondo siano legati. Salutare qualcuno è qualcosa di fisicamente salutare, fa proprio bene allo spirito e in questo assurdo rocambolesco tragitto centinaia di bambini nudi o vestiti, sporchi o puliti, vedendo me, straniero, sventolano le loro manine e mi urlano dietro il loro saluto. E’ una cosa che strappa via il cuore. Vorrei che questo viaggio pieno di sobbalzi, scossoni, dolore, sole a picco e un paio di acquazzoni non finisse mai. Le ore volano in un soffio. Facciamo un paio di soste per espletare i nostri bisogni ed una in un villaggio in cui una serie di donne lungo la strada vende esclusivamente ananas e cetrioli, i soli prodotti di questo periodo. A Pak Lai arrivo tutto colorato di rosso: la polvere sollevata è entrata ovunque nello zaino, nella borsa chiusa, nella fotocamera. Dappertutto. Il cellulare non si apre neppure più. Ho la bocca impastata, le orecchie tappate, gli occhi appiccicati e prurito dovunque. E allora? Non mi importa proprio un bel niente. Prima di dormire faccio il bucato e poi cerco un posto dove mangiare. Conosco un signore australiano e gli offro una birra, chiacchieriamo un po’ e ci diamo appuntamento a domattina per imbarcarci verso Vientiane. Prima di dormire ripercorro la giornata appena trascorsa e cerco di fissare ogni dettaglio nella memoria, sono entusiasta di questi luoghi.

20 Giugno Prima dell’alba sono già sveglio e decido di uscire sul balcone della mia camera a guardare l’alba. Il bucato è già asciutto. Mi siedo a guardare nel vuoto, si vede solo una striscia dorata che contorna i monti oltre il fiume. Lentamente la luce aumenta, finchè comincio a distinguere anche l’altra sponda del fiume. Si sentono soltanto i grilli e i geki che, non lo sapevo, emettono un suono stridulo simile ad un asino. Sulla riva opposta scorgo due sagome grandi e scure che entrano in acqua. Sento lo splash e poco dopo vedo dei grandi sbuffi d’acqua. Sono certo che si tratti di elefanti ma la distanza è troppa. Alle sei vado al mercato locale, ormai sto diventando un esperto. Mangio una cosa di una bontà inaspettata: pollo fritto ripieno di banana, non vedo l’ora di provare a rifarlo. La barca che mi porterà a Vientiane è già pronta. Compro alcune pannocchie bollite, una specie di salsiccia, l’acqua e per tutto il tragitto mi godo il panorama prendendo ancora altro sole. La barca è lunghissima, ha trenta file di sedili, ma è molto stretta, quanto un furgoncino, e scivola sul fiume con una discreta velocità. Il Mekong però è molto particolare: pur essendo larghissimo (nasce in Tibet e dopo Laos e Thailandia raggiunge Cambogia e Vietnam) non in tutti i tratti è navigabile perchè ha diverse rapide e migliaia di isolotti e scogli affioranti. La navigazione difficilmente è lineare, si procede zigzagando da una riva all’altra fra grosse pietre che quasi sfiorano la delicata imbarcazione. Dopo due ore di tragitto, il fiume diventa il confine naturale fra Laos e Thailandia e lo rimarrà fino in Cambogia. La differenza fra i due paesi si vede perfino dal qui: a destra, villaggi con case relativamente lussuose, strade e colline con colossali buddha dorati sulle sommità. A sinistra il paesaggio laotiano è pura natura e qualche capanna sparsa alla rinfusa. Otto ore trascorrono piacevolmente, chiacchierando con Steve, l’australiano. A Vientiane si sbarca fuori città, come sembra essere la norma e in tuk-tuk raggiungo il centro. Prendo una camera a caso in una Guest House lungo fiume e passeggio un po’per il centro. A Vientiane l’eredità lasciata dal colonialismo francese è molto evidente, tutti i cartelli sono bilingue ma ormai soltanto qualche anziano parla francese, i ragazzi sono tutti impegnati a mettere in pratica il loro inglese, qui visto come un passaporto per il mondo, ed è molto facile riuscire finalmente ad avere una conversazione più lunga di due frasi. Il centro è molto calmo, il traffico praticamente inesistente, purtroppo però la città è piena di americani stabilitisi qui o in vacanza che si accompagnano a bambine locali forse neppure maggiorenni, alcune con la faccia davvero triste, tutte truccate e perfettamente vestite di fianco a grassi sessantenni con la camicia a fiori: l’immagine della tristezza. L’acquazzone che mi travolge è il più violento visto finora, neppure il k-way basta a fermarlo e mi rifugio in un bar con musica dal vivo dove, manco a farlo apposta, ritrovo Steve. La sua vacanza dura da cinque settimane ed è piacevole trovare qualcuno che, superati i cinquanta e rimasto solo, affronta un tipo di vacanza incentrato sulla cultura e non sul divertimento come lo intendono molti dei suoi coetanei anglofoni. Mi offre un Lao Lao, il liquore locale per ringraziarmi della birra che gli ho offerto a Pak Lai e la chiacchierata prosegue per oltre un’ora. Vado a letto combattuto sul da farsi. Lascio il Laos oppure no? Mi trovo in un punto dal quale spostarsi in altre località laotiane richiede almeno un giorno di viaggio per poi ritornare comunque qui, e se qualcosa va storto potrei rischiare di perdere il volo da Bangkok. Mi addormento senza aver deciso con la luce accesa e il ventilatore al massimo.

21 Giugno Mi alzo e sotto la doccia prendo la mia decisione: visiterò in mattinata i due monumenti principali di Vientiane e dopo pranzo prenderò il bus per Nong Khai, in Thailandia. Il mio cellulare è semidistrutto: non posso spengerlo nè riagganciare perchè il tasto con la cornetta rossa è disattivo, inoltre è pieno di sabbia in ogni fessura. Al mercato trovo una serie di bancarelle fra le quali una che vende e ripara cellulari. Per un solo euro un anziano signore spende un intera ora ad aprirlo in mille pezzi, soffiarlo, pulirlo, sostituire il tasto rotto e mi riconsegna un cellulare che stento a riconoscere, praticamente nuovo. Noleggio un tuk-tuk tutto per me che mi porta ai due monumenti principali, mi aspetta e mi riporta alla stazione degli autobus. Il sole è molto più intenso che nel nord del paese e trasportare il pesante zaino mi fa bruciare le spalle così tanto che spesso devo fermarmi e toglierlo. L’autobus per la Thailandia è moderno e comodo, a bordo siamo solo in dodici fra cui 4 Giapponesi simpaticissimi. In meno di mezz’ora siamo al Ponte dell’Amicizia, uno dei due soli ponti che attraversano gli oltre quattromila chilometri del Mekong. Questo ponte è stato costruito e donato dall’Australia. Sbrigate le formalità doganali le due corsie di marcia si invertono con uno strano rendez-vous di curve: in Laos si guida infatti alla nostra maniera mentre in Thailandia alla maniera degli inglesi. Oltre il fiume, a pochissimi chilometri, scendo nella cittadina di Nong Khai, sulla riva sud.

(Il viaggio prosegue fra i viaggi della Thailandia)

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Da dove cominciare? Questo viaggio è nato come una fuga in un momento non troppo felice, ho cercato un luogo che immaginavo calmo, intatto, sicuro e piacevole. La scelta si è rivelata perfetta. In questo paese è ancora possibile toccare, annusare ed assaggiare le tradizioni, l’anima di un popolo composto da decine di etnie diverse che è riuscito con fatica a far sopravvivere la propria identità fino ad oggi. Purtroppo, questo non durerà ancora per molto. Il Laos è un paese attorniato da tre giganti del progresso accelerato come Cina, Thailandia e Vietnam e presto ne subirà le influenze. Fortunatamente sono stati istituiti un sacco di parchi nazionali, la natura sembra essere ancora salva e le persone sono così belle, genuine e sorridenti che è impossibile non amarle. Ho tenuto un diario di viaggio quotidiano per la prima volta in un viaggio, ed è una cosa utilissima per sè stessi e per conservare nel tempo ogni piccolo dettaglio e sensazione provati. Nel prossimo articolo, il diario di viaggio completo