Dialoghi di Casa Manilo

Peter

(mentre leggi, ascolta “Cirrus – Bonobo”)

Giugno 2019, giardino

Ho appena finito di cenare, quando uno dei miei tre ospiti mi chiama e, pregandomi di seguirlo, mi conduce nel giardino di sotto, davanti alla mia porzione di casa. Indossa una camicia bianca, pantaloni grigi a righe, da camera, e ciabatte invernali. Ha la mia età, ma sarebbe stato pressoché impossibile dirlo, se non avessi registrato il suo passaporto il giorno prima. Viaggia in compagnia di un altro uomo e di una donna, bellissima e sorridente. Mi hanno chiesto tre camere separate, suppongo si tratti di amici, ma non so altro, infatti, si son mostrati subito riservati al loro arrivo e, a parte l’entusiasmo per la casa, tale da portarli ad estendere la permanenza da una a quattro notti, non ho avuto modo di parlare con nessuno dei tre, fino a questo momento.

«Massi, mi puoi dire che alberi sono questi?» esordisce, indicandomi un olivo. Rispondo, spiegando di cosa si tratti, e prosegue «Le foglie si usano? Quando maturano le olive? Si possono mangiare dall’albero? E quello laggiù, che albero è?».

Mi fa molta tenerezza e rispondo con quanta più completezza possibile, provando un piacevole gusto nello spiegare qualcosa di così ovvio per me, e nello scoprire che per lui non lo è affatto. Il dialogo prosegue in modalità “nonno-nipote” per qualche minuto, con Peter che, puntando il dito verso il paesaggio che ci circonda, continua ad interrogarmi con i suoi occhialetti rotondi e dorati, e con la sua testa completamente rasata. Mi sembra quasi di stare parlando con  un bonzo. Improvvisamente ci interrompe Hela, la mia cagnolina, Peter si accuccia in quella postura fisicamente possibile solo agli asiatici, e, accarezzandola, interrompe la serie di domande per raccontare qualcosa di suo.

«Noi ti invidiamo molto Massi, sai? Questo posto è bellissimo, la campagna, il bosco. Da noi nessuno possiede del terreno e solo pochissimi possiedono un piccolo giardino. Gli altri due ragazzi sono scrittori, scrivono guide turistiche e saggi di viaggio. Nella sola ultima settimana hanno fatto Olanda, Belgio, Francia e Nord Italia. Noi orientali, come saprai, quando veniamo in Europa, cerchiamo di vedere quanti più luoghi possibile. Stanno scrivendo un libro sul rapporto degli europei con lo straniero, immigrato o turista, cercando di raccogliere del materiale in località il più possibile defilate, come questa». Si alza, lasciando Hela libera di allontanarsi, e prosegue. «Io li ho incontrati soltanto ieri, sul Lago di Como, ho fatto un giro completamente diverso dal loro, arrivo da Spagna e Provenza. Ci siamo conosciuti lo scorso anno, sempre in un viaggio ma in Corea, e avevamo previsto di trascorrere una notte qui, a Casa Manilo, per salutarci, passare una sera insieme, e proseguire poi per destinazioni diverse: loro diretti in Austria e Germania, io, invece, a sud». Ho quasi paura di interromperlo, perché ascoltarlo è affascinante, ho addirittura il timore che possa pensare di annoiarmi, quindi sorrido e faccio assensi col capo, mentre parla, per incitarlo a proseguire. «Io, sai, sono in Europa per ragioni completamente diverse dalle loro. Due ragioni, in realtà. La prima, è cercare di capire e scoprire cosa significhi spiritualità. Ho letto molto di religione e devozione, di passione per la fede e sacrificio, ma, non essendo religioso, non riesco a capire cosa possa significare, per qualcuno, dedicare la propria vita a qualcosa di non dimostrabile, di irreale, di astratto e misterioso. Non ho intenzione di abbracciare alcun credo, ma sto cercando di visitare alcuni luoghi della spiritualità per osservare, proprio da spettatore, questa realtà a me ignota. Così ho visto Santiago di Compostela, Avila, alcuni altri monasteri nel sud della Francia e infine avrei dovuto proseguire per Camaldoli, La Verna, Assisi ed infine Roma. Ieri sera però, siamo rimasti tutti e tre così colpiti dal tramonto e dalla bellezza del panorama, che abbiamo deciso di fermarci quattro notti anziché una soltanto: loro sistemeranno i loro appunti ed io… beh, più spirituale di questo luogo, non credo possa desiderare. Rinuncerò alle tappe intermedie ed andrò direttamente a Roma». Sono sempre più rapito da questo dialogo inatteso e particolare, cerco con lo sguardo Nicola nelle finestre di casa nostra ma senza individuarlo, mi piacerebbe venisse ad ascoltare questo ragazzo insieme a me. Peter sembra essersi accorto della mia momentanea distrazione, così, perché prosegua, chiedo quale sia la seconda ragione che lo ha portato in Europa. Mai avrei potuto immaginare la risposta che stavo per ricevere.

«Il secondo motivo del mio viaggio in Europa è vedere, a quarantasette anni e per la prima volta, il cielo e le stelle!». La mia espressione, sbalordita ed incredula, deve colpirlo, perché, da sorridente e leggero, il suo tono diventa appena più gravoso e serio. «A Seoul – che, scopro in quel momento, si pronuncia sòl [ndr], –  non si vedono le stelle la notte ed il cielo non è mai azzurro di giorno. Abbiamo tanto inquinamento, una cappa costante sulla città e, spesso, la sabbia del deserto mongolo rende il tutto giallastro e polveroso», si tocca quindi il colletto della camicia, per poi proseguire «Alla sera siamo sempre sporchi di smog e sabbia, la città è sovraffollata ed occupa un’area così vasta ed urbanizzata che non è semplice allontanarsi spesso». A quel punto incrocio le braccia, inclino la testa esprimendo stupore ed interesse, e chiedo se nelle campagne, o nelle zone agricole, la situazione sia diversa. Vedo che Peter, nonostante non mi stia facendo un quadro molto allettante del proprio Paese, ha piacere di proseguire il racconto. «In Corea del Sud quasi tutta la popolazione vive nei due principali centri urbani. Le campagne sono quasi totalmente spopolate e l’inquinamento dell’aria non risparmia ormai nemmeno quelle. Difficilmente, col tenore di vita che abbiamo, esiste il tempo di andare nelle campagne o altrove nel Paese, preferiamo risparmiare e fare un viaggio come questo. Pensa, durante la scuola primaria viene solitamente fatta una gita su una delle pochissime colline che abbiamo, per permettere ai bambini di intravedere qualche stella. Ieri sera, qui, nel tuo giardino, abbiamo spento le luci esterne e ci siamo stesi a guardare il cielo. Sono in Europa ormai da una settimana, ma sempre in città o cittadine. Vedere il cielo da qui è stato commovente, grazie».

Ho messo la casa in cui sono cresciuto su un famoso sito per affittare ai turisti. L’ho fatto così, quasi per gioco, sperando di avere ogni tanto qualcuno che la abiti, dopo che i miei sono entrambi recentemente scomparsi. Ebbene, il solo aver avuto Peter, anzi, questa sola conversazione con lui, mi fa pensare di aver già ottenuto il più grande compenso possibile: il confronto. Questa chiacchierata è stata un piccolo viaggio, emotivo e mentale. Certo, il mio cielo è questo da tutta la vita, e spero rimarrà tale, i miei alberi sono gli stessi, piccoli, ovvi, scontatissimi ed onnipresenti olivi da sempre. Eppure, dopo stasera, credo che tornerò spesso a pensare a come, incredibilmente, tutto questo possa essere così meraviglioso e stupefacente per qualcun altro, in qualche parte del mondo, e che costui, per puro caso, potrebbe trovarsi a passare da qui.

 

 

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Srī Lanka, Trekking, Viaggi

Trekking a Sigiriya

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La scalata dell’enorme roccia del leone, residuo di un antichissimo cono vulcanico, è un’esperienza unica, impossibile altrove. La biglietteria del sito, patrimonio dell’umanità UNESCO, apre alle 7:00, e se come noi avrete la fortuna di essere i primi ad accedere, potrete godere a pieno di ogni momento nella pace totale. Si attraversano i resti degli immensi giardini reali dove a parte qualche inserviente intento a spazzare le foglie, solo le scimmie e qualche uccello ci fanno compagnia. Qualche breve rampa di scale ci avvicina al monolite, dove inizia la vera scalinata. È indispensabile munirsi di acqua in abbondanza e protezione solare, già alle 8:00 il caldo è impietoso. Un camminamento prima scavato sul fianco della roccia e poi sospeso nel vuoto, conduce sul lato nord dove si trovano due zampe di leone giganti che abbracciano una nuova scalinata. Arriviamo sulla sommità per primi e dopo una quantità indefinibile di foto, scegliamo un punto panoramico nascosto e ci sediamo su uno dei muri dell’immenso palazzo che si ergeva quassù, ospitando prima una reggia e poi un monastero. Nel giro di mezz’ora tutta la zona brulica di gente e la via del ritorno è una processione infinita di turisti da ogni parte del mondo che, nel caldo ormai insopportabile, si avventura in fila nella direzione opposta alla nostra e che, ne sono certo, avrà sicuramente un’impressione differente da quella di assoluta beatitudine che abbiamo vissuto noi. Discesa la roccia, ci godiamo le rovine sparse nel giardino sottostante, all’ombra di alberi giganti, anche qui del tutto indisturbati.

Varie

Happy New Year!

Qualcuno in TV, l’altro giorno, ha detto che il vero “capodanno” è a Settembre, quando ricominciano le scuole, si rientra al lavoro, si fanno bilanci e si riprende la routine quotidiana. Riflettendoci, è vero! Eppure, appena Gennaio comincia, non si può non fare progetti, pensare al prossimo viaggio, cominciare a prepararsi fisicamente e mentalmente all’arrivo, anche se ancora lontano, delle belle giornate. Quest’anno, se tutto andrà per il verso giusto, finalmente andrò in Giappone, e da oggi comincerò a progettare, risparmiare e sognare. Buon anno a tutti !

Portogallo, Viaggi

L’ubriaco di Oporto

“L’ubriaco di Oporto” 340 x 225, carne su cemento, 2010

Portogallo, Viaggi

Portogallo

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Vasco da Gama, le colonie, l’arretratezza e il Santuario di Fatima. Più o meno tutto ciò che sapevo su questa terra. Non sapevo che i Fenici, dando alla città di Porto l’attributo di “cale” (bello), ne hanno generato il nome. Non sapevo che qui è avvenuto il terremoto più violento di cui si abbia memoria. Soprattutto, non sapevo quanto mi sarebbe piaciuto.

4 Giugno

Riesco a fotografare tutta Oporto durante l’atterraggio, e già mi appare interessante. Ryanair ha portato una ventata di turismo in questo luogo, prima ricordato soltanto per il dolce vino da dessert. Nicola mi ha lasciato preparare più o meno tutto ed il peso della responsabilità organizzativa lo avverto tutto. Lo scalo è collegato da una metropolitana puntualissima ed immacolata e già durante il viaggio la pulizia delle strade salta inevitabilmente agli occhi di noi Italiani, abituati a ben altra manutenzione. L’hotel l’ho indovinato bene, 100 punti per me! La camera è carina e dotata di una terrazza con tavolino e sdraie, un lusso per me, avvezzo ad ostelli e casette in legno. Dove cenare? Mi viene in mente un ristorante trovato su una guida e recensito come semplice, economico e caratteristico. Passeggiando verso la nostra cena, Nicola col naso all’insù, mi fa notare la bellezza degli edifici ma si accorge subito che c’è qualcosa di strano, di insolito nell’aria. Le strade sono pressochè deserte e soltanto davanti al Sè, la Cattedrale, troviamo un nutrito gruppo di donne e ragazze che cantano muovendosi in circolo. I vicoli del centro storico, protetto dall’Unesco, sono silenziosi e bui, cadenti e disabitati, avvolti in un silenzio irreale. Scesa una scalinata, ci ritroviamo sul lungo fiume, il Douro, e procediamo davanti ad una serie di ristoranti deserti ciascuno col proprio cameriere pronto ad adescarci. Noi però, proseguiamo convinti verso la nostra meta, il Ristorante Cometa. Entriamo sicuri ed appena seduti inizia la gara a chi è più imbarazzato fra Nicola, me ed i due camerieri. Il locale è tutt’altro che semplice, il servizio eccessivo, i prezzi elevati e le porzioni ridicole. La cerimonia del vino e l’etichetta forzata non ci assomigliano affatto e pur impegnandoci non riusciamo a smettere di sentirci a disagio. Il conto, ovviamente, è salato. Pazienza. Stasera è andata così.

5 Giugno

La colazione dell’hotel “Pao de Aςucar” è abbondante e varia, accumulate le energie usciamo alla scoperta di Oporto. Il cielo è velato e grigio e la malinconia portoghese si respira quasi ovunque. Molti degli edifici, pur bellissimi, sono abbandonati. Case torri di quattro-cinque piani hanno le ampie bianche finestre prive di vetri e piccioni e gabbiani la fanno da padroni. Alcuni balconi, un tempo signorili, sfoggiano piccole jungle di piante da vaso dimenticate da anni e divenute alberi. “Che musica poteva uscire da un luogo del genere se non il Fado?” osserva Nicola. E’ come se un’improvvisa epidemia avesse messo in fuga gli abitanti, come se lo scoppio di una bomba avesse rovinato gli azulejos e sfondato le vetrate. Ce ne sono ovunque, di azulejos, al limite dello sdegno: le piccole maioliche bianche dipinte d’azzurro a mano compongono quadri onnipresenti e rivestono edifici ed attività d’ogni tipo. Giunti sul ponte Dom Luis I, ci fermiamo ad osservare i due lati del Douro. Il ponte in ferro, stile Eiffel, ha due piani che collegano le rive a quote diverse: al piano inferiore auto e pedoni, al piano superiore metrò e pedoni. La riva opposta, apprendiamo dalla guida, si chiama “Villanova de Gaia”, tecnicamente non è più Oporto. E’ qui che si concentrano le cantine vinicole ed è qui che il lungofiume è meglio curato ed attrezzato al turismo. Prenotiamo una visita per l’indomani e finalmente troviamo il locale che fa per noi: fra le cantine, nascosto alla vista, un piccolissimo ristorante ci prepara un fritto di pesce fantastico. Il pasto ci cambia l’umore e, chissà come, anche il cielo si apre. Incapaci di controllarci, cadiamo nel fascino del “Manjar da Reina”, una fetta di torta gigantesca, di noci per me, di carote per Nicola, e la gustiamo sulla verde riva di Gaia guardando Oporto che col sole sembra tutt’altro che triste. Nel pomeriggio attraversiamo il ponte do Infante, visitiamo un mercato di strada e torniamo alla Ribeira. Il tempo è decisamente migliorato e la gente lungo il fiume è tantissima. Mentre risaliamo verso il quartiere Carmo, ci imbattiamo in una bancarella di tovaglie e stoffe. Le due anziane signore sembrano adorabili e quando mi avvicino per comprare un piccolo strofinaccio sono convinto di farle felici. Altroché se le ho fatte felici! Non più di un’ora dopo, mentre passo il portafogli a Nicola per pagare qualcosa, lui si accorge subito che il foglio da dieci euro avuto in resto è solo una fotocopia a colori con una striscia di stagnola incollata sopra. Maledette vecchiacce! Altro che tenere… Nicola se la ride mentre io rimango davvero male. Mi riprendo soltanto quando, vicino alla Chiesa delle Carmelitane, scopriamo una piazzetta con un paio di invitantissimi ristoranti dove programmiamo di tornare per cena. Sulla via per l’hotel, percorriamo una strada pedonale che la mia guida neppure segnala. Anche qui, come ovunque, lucidi sanpietrini bianchi e neri disegnano greche lungo la strada, i negozi sono tantissimi e decido di comprare una felpa per la sera. Nicola sceglie due maglie di cotone, ovviamente a righe. Ci riposiamo in camera, passiamo a pantaloni e maniche lunghe e ritorniamo nella piazzetta. Che serata perfetta! Il luogo è incantevole, il cibo ottimo e la serata sa davvero di vacanza.

6 Giugno

A colazione l’idea: come due criminali ci prepariamo ben sei panini cotto e fontina a spese dell’hotel. Prendiamo il nostro caffè con disinvoltura infilando il maltolto in borsa, non paghi aggiungiamo anche uno yogurt, poi ci incamminiamo verso la stazione São Bento, destinazione Guimarães, a un’ora di treno. Guimarães è Patrimonio dell’umanità Unesco ed è facile capire perchè: la cittadina ha un centro storico delizioso, pulito e pittoresco. Abbiamo tanti luoghi del genere anche in Italia, ma questo è una scoperta piacevole. Ce la prendiamo comoda e in tutta calma risaliamo la collina che porta al castello. Il prato è una moquette, sembra di essere in un quadro. I turisti non sono molti, è un lunedì. Visitiamo le mura e l’interno della fortificazione, scattiamo un infinità di foto e finalmente ci sediamo ad un piccolo tavolino in pietra dove pranziamo coi nostri panini gratis in tutta tranquillità. Il pomeriggio nel borgo è lento e rilassato, lo spezziamo con una birra in piazza e sdraindoci sul prato del centro culturale Vila Flor. Alle sei  siamo di nuovo in città e ci dirigiamo alle cantine del Porto Calèm per la visita guidata in italiano. Siamo soltanto in quattro, la visita è davvero interessante e nel biglietto, quattro euro, sono inclusi tre bicchieri ciascuno di altrettante varietà di Porto. Sediamo coi compagni di visita, una coppia over cinquanta che subito ci trasmette ammirazione. Ci raccontano di come amino spendere i risparmi di una vita per viaggiare, di come, esattamente come ho sempre sostenuto, valga la pena vedere il più possibie per capire dove abbiamo vissuto. La conversazione prosegue finchè l’alcool ha la meglio, apparentemente solo su me. Mi prende una grande stanchezza, straparlo, sono rimbamito. Ma dura poco. Salutiamo e torniamo in città, ancora una nuova zona di negozi, probabilmente la principale via dello shopping, ma anche di questa nessuna traccia sulla mia guida. Per cena, praticamente a caso, ci infiliamo in un locale gestito da brasiliani che cucina soltanto alla brace. C’è puzza di fumo e legna, la televisione in sottofondo, i tavolini pieni e tanto disordine: è perfetto! Il cameriere sembra in preda ad un attacco d’ansia e in meno di trenta secondi praticamente ci spinge ad ordinare quello che vuole lui, ma è bachalau ed io sono contento. Quando arriva non si può far a meno di ridere: il trancio di pesce alla brace è sommerso da fette di cipolla cruda, circondato da gustosissime patate novelle cotte con la buccia ma… …il tutto sommerso da una montagna d’aglio tritato. Ovviamente, mangiamo con gusto e soddisfazione, ma non è certo la soddisfazione a farsi ricordare per un giorno intero.

7 Giugno

Di nuovo in stazione, stavolta verso Lisbona. Nell’attesa ci intrufoliamo in un negozio cinese che vende qualsiasi cosa e compriamo le carte da gioco in formato viaggio e un kit per ricucire un bottone che ho perso. Dopo un’ora di viaggio scendiamo a Coimbra, è un peccato non fermarsi un attimo perciò scendiamo e, cambiato treno, arriviamo in centro. I soliti panini, fatti la mattina, li mangiamo camminando ma insieme al caffè ci lasciamo conquistare da alcuni dolcetti locali che ci chiamano dalle vetrine. Il caffè locale si chiama Nicola e Nicola è anche il nome del principale bar del corso. Chissà che non sia un immigrato italiano che ha fatto fortuna? Coimbra è arroccata su un colle dove si arriva per mezzo di scale e vicoli, sulla sommità non il solito castello o la solita chiesa, ma una delle università più antiche d’Europa e la più importante del Portogallo. Anche il panorama è bellissimo, ma abbiamo un treno da prendere e dopo due ore siamo di nuovo in viaggio. Arriviamo a Lisbona col sole, a metà pomeriggio. La metropolitana ci porta direttamente sotto quelle che scopriremo essere le finestre della nostra camera, in Praça da Figueira. L’hotel è molto carino, la camera ha una vista meravigliosa sulla piazza, in piena zona pedonale, ma la colazione non è prevista. Niente panini perciò! Approfittiamo del bel tempo per uscire subito e percorriamo l’immensa Rua Augusta, tutta pedonale, per dirigerci sul fiume. Il Tago è immenso in questo punto, prima di sfociare in mare il letto si allarga così tanto che sembra  impossibile. L’ora di cena è sempre un momento bellissimo di questa viaggio: è il momento in cui ci si siede, in cui si assaggiano cose nuove e in cui si chiacchiera di qualsiasi cosa. Stasera però non ci allontaniamo e decidiamo per il ristorante proprio sotto l’hotel, naturalmente mangiamo pesce! Quando fa buio, ci incamminiamo su per le scalinate del Barrìo Alto, piene di tavoli e ristoranti. Scopriamo un quartiere silenzioso ed intimo, pieno di locali e negozi originalissimi, ma non c’è ancora nessuno per le strade. Fa freddo e ci siamo vestiti poco, ci fermiamo ad osservare la città dal “miradouro” e poi riscendiamo nella Baixa con l’Elevador da Gloria.

8 Giugno

Al risveglio ci attende una brutta sorpresa: piove! A giudicare dal colore delle nuvole non smetterà tanto facilmente. Abbiamo così tante cose da vedere e fare che mi sento demoralizzato, ma non ci scoraggiamo e, fatta colazione, decidiamo di spostarci verso la Torre di Belem, il simbolo della città alla foce del Tejo. Camminiamo in direzione del mercato dove, speriamo, trovare del pesce fritto per pranzo ma niente da fare, un’altra delle bufale della mia guida. Con il tram, sbarchiamo a Belem e percorriamo il litorale dal monumento agli eroi nazionali fino alla torre. Il cielo è molto grigio ma fortunatamente niente pioggia. E’ ormai l’ora di pranzo quando, tornando indietro, decido di dare un’ultima possibilità alla guida ed entro in un ristorante suggerito. Finalmente un luogo come si deve! Frittura di paranza per entrambi e birra. Che soddisfazione!  Il pomeriggio lo passiamo fra i vicoli del Chiado, dove saliamo con l’Elevador da Bica, visitiamo il Museo di Archeologia con la Chiesa senza soffitto e scendiamo nella Baixa con il suggestivo Elevador de Santa Justa, un ascensore in Ferro a cui si accede da una passerella e che in un attimo collega i due quartieri. Non appena decidiamo di tornare in camera per riposarci,  il cielo si apre di nuovo. Chiediamo consiglio alla receptionist, una donna di una bellezza eccezionale, perchè vorremmo andare a cena in un locale tipico ed economico. Ci suggerisce il “Las Bifanas”, proprio vicino all’albergo. Il piatto forte è la “Sopa de Pedra”, una zuppa a base di legumi, carne e verdure molto sostanziosa e davvero gustosa. Dopo cena, ci fermiamo a bere la Ginja nel chiosco vicino a Praça do Rossio: è un liquore a base di ciliegia, dolcissimo e forte, che pare essere famosissimo in città. Saliamo nuovamente al Barrio Alto ma il tempo peggiora, i locali sono vuoti e la stanchezza abbastanza da riportarci a letto.

9 Giugno

Ancora maltempo. La pioggia è minima ma è sufficiente a compromettere le passeggiate all’aperto. Mi viene in mente che vicino alla stazione di Oriente c’è un grande centro commerciale, inglobato nella zona dell’Expo 98 chiamata Parque das Nações. Nicola accetta ma non è molto entusiasta di rinchiudersi in un mall. La stazione di Oriente, progettada da Calatrava, è imponente. Attraversiamo con noia il centro commerciale, identico a qualsiasi altro, ed usciamo dal lato fiume. E’ una sorpresa l’immensità del parco e la modernità delle strutture riconvertite in appartamenti, uffici ed aree per mostre e concerti. Una funivia collega i due lati del parco, l’area è vastissima e la percorriamo ammirati. L’oceanario è preso d’assalto dalle scolaresche perciò lo saltiamo. Rientriamo nel centro commerciale per pranzo e sperimentiamo la catena portoghese “Loja das sopas” dove per poco più di sei euro si mangia una zuppa a scelta e due contorni, che in realtà sono due secondi sostanziosi. Il cielo sembra schiarirsi perciò, visto che è l’ultimo giorno a Lisbona, rientriamo in città con la speranza di poter salire col famoso Tram 28 nel quartiere di Alfama prima che la pioggia ricominci, prima però, compriamo due ombrelli al supermercato. Il Tram 28 è un’icona nazionale ed è il tram che copre la maggior pendenza del mondo. Attraverso vicoli strettissimi e suggestivi ci porta fino al Castelo de São Jorge. Lasciare Lisbona senza aver visto l’Alfama sarebbe quasi come non aver visto affato Lisbona. dal Castello scendiamo nella Baixa in un’ora, con calma, assaporando la vera anima della città fra scorci meravigliosi. Lungo il percorso stanno allestendo una sorta di sagra, ovunque si montano tavolini e panche in legno e si preparano i braceri. Domani sarà festa nazionale e questa stessa sera si terrà la festa della Sardinha Assada, la sardina grigliata. E’ deciso: più tardi torneremo a cena. Il tempo di tornare in hotel, vestirsi, riposare un po’ ed eccoci di nuovo sul Tram 28. Dalla sommità del colle si è subito avvolti dall’odore delle grigliate, l’atmosfera è bellissima e ci sentiamo davvero parte di questa tradizione, vista anche la quasi assenza di turisti. Le sardine sono buonissime e la festa davvero pittoresca. Dopo cena, una signora molto in carne e senza denti ci invita urlando a bere la sua Ginjinha, ovviamente accettiamo. Quando andiamo a dormire siamo soddisfatti più di ogni altra sera anche se, sulla via del ritorno, ci lasciamo tentare da un dolce-macigno, chiamato rocha, che ci rovina lo stomaco andandosi a piantare come una palla di cemento sullo stomaco.

10 Giugn:

E’ l’ultimo giorno prima di partire per Madrid, dove visiteremo alcuni amici di Nicola. Il volo è in serata perciò abbiamo ancora quasi tutto il giorno da dedicare a Lisbona, ma la stanchezza ed il tempo incerti ci rendono lenti e poco ispirati, l’ideale sarebbe riposarsi in un parco. Proviamo a raggiungere il Parque Florestal de Monsanto ma, vista la distanza e la zona non troppo raccomandabile, ci fermiamo poi al Parque Eduardo VII. Neppure il tempo di entrare nel bosco che ci sorprende un acquazzone violento. Gli ombrelli non bastano e in un attimo siamo fradici. Non ci resta che prendere i bagagli e dirigerci all’Aeroporto.